Simone Pianetti: la strage, la fuga e il corpo scomparso nel nulla. Val Brembana 1914.

Simone Pianetti nacque a Camerata Cornello, in Lombardia, nella Val Brembana, il 7 febbraio 1858. La data della sua morte è tuttora ignota, e questa è la sua storia. Fin da giovane il Pianetti rivelò un carattere iroso e violento, tanto che sparò alcuni colpi di fucile contro suo per una questione di eredità. Per motivi sconosciuti non fu accusato e in accordo con il capo locale dei Carabinieri, lasciò l’Italia e andò negli Stati Uniti d’America, a New York.

Qui inizialmente fece tutti i tipi di lavoro per sopravvivere ed entrò in contatto con gli ambienti anarchici della città. Riuscì a fondare una società d’importazione di vino e frutta con l’amico Antonio Ferrari, ma nella gestione di quest’attività incontrò problemi con la mafia locale, allora conosciuta come Mano Nera, che esigeva il pagamento di denaro in cambio di protezione. Pianetti non cedette alle intimidazioni e denunciò il fatto alla polizia. Alla fine però la sua stessa vita fu in pericolo, e non ebbe altra scelta che tornare in Italia.

Tornato nel suo paese sposò Carlotta Marini, dalla quale avrà sette figli e con cui aprì una taverna appena fuori dal centro abitato di Camerata Cornello, una taverna in cui si poteva anche ballare. Gli affari andarono bene finché si sparsero in giro per il paese delle gravi chiacchiere (per il tempo) su di lui: si diceva fosse un libertino, un anarchico e anticlericale. Per questo motivo ci fu un vero e proprio boicottaggio nei confronti della sua locanda: gli avventori venivano messi in guardia dalle autorità politiche ed ecclesiastiche del paese. E tanto fece il boicottaggio che Pianetti e moglie furono obbligati ad abbandonare l’attività per mancanza di clienti. Con i soldi rimasti la famiglia si trasferì nel vicino comune di San Giovanni Bianco, dove aprì un mulino elettrico, un’opera all’avanguardia per i tempi. Ma anche in questo caso, dopo un periodo iniziale in cui le cose sembravano andare per il meglio, Pianetti fu additato come portatore di maledizioni e malattie, e la sua farina veniva chiamata’ la farina del Diavolo’.

La sua situazione finanziaria peggiorò, dovette chiudere l’attività e di conseguenza finì sul lastrico. La mattina del 13 luglio 1914 Simone Pianetti uscì presto da casa imbracciando il suo fucile a tre canne, si diresse verso la piccola valle di Sentino dove uccise con due fucilate il medico condotto dei paesi di Camerata Cornello e San Giovanni Bianco, il dottor Domenico Morali. Scese quindi nel centro abitato di Camerata, dove bussò alla porta di casa del sindaco Cristoforo Manzoni. Non trovandolo si diresse al palazzo comunale dove trovò invece il suo l’aiutante, il segretario comunale Abramo Giudici, in compagnia della figlia Valeria. Simone Pianetti li uccise tutti e due. Salì quindi nella parte alta del paese raggiungendo la casa del calzolaio Giovanni Ghilardi, che fu la sua quarta vittima, e si spostò poi sul sagrato della chiesa parrocchiale. Qui incontrò il parroco don Camillo Filippi, che discuteva con il messo comunale Giovanni Giupponi: entrambi caddero colpiti a morte dai colpi sparati a bruciapelo.

Dopo questi sei delitti, Pianetti si dileguò nel bosco diretto alla contrada Pianca dove cercò senza esito l’oste Pietro Bottani, per poi salire nella frazione di Cantalto, dove risiedeva Caterina Milesi che aveva un contenzioso nei confronti di Pianetti per via di un debito mai pagato dalla donna. Questa fu la sua settima e ultima vittima. Alla fine Pianetti salì alla frazione Cantiglio dove incontrò dei carbonai che, all’oscuro della strage, lo sfamarono, per poi dileguarsi in direzione del monte Cancervo. I carabinieri fecero piantonare tutti gli scampati all’eccidio e coloro che avevano contenziosi aperti con Pianetti, e iniziarono le ricerche del fuggiasco. Sulle sue tracce una squadra di guardie forestali e una trentina di carabinieri giunti da Bergamo in rinforzo alle unità locali. La sera del 14 luglio Pianetti fu avvistato da un gruppo di sette militari, con i quali ebbe uno scontro a fuoco, senza conseguenze fisiche per alcuno.

Il 16 luglio 1914 in paese arrivò il senatore Bortolo Belotti, amico di Pianetti, e fu posta di una taglia di mille lire sulla testa del latitante. Il giorno seguente Pianetti incontrò una donna con la quale barattò la sua pistola in cambio di cibo, intanto lo cercavano parecchi volontari della zona e 170 soldati appartenenti al 78º battaglione di fanteria ed altri 40 carabinieri. Pianetti riuscì a tenere in scacco più di trecento persone impegnate nella caccia all’uomo. La stampa cominciò a strumentalizzare la vicenda, in particolar modo L’Eco di Bergamo dipinse Pianetti come un liberatore dall’oppressione e dall’imperversare dei “feudatari” del paese, quali sindaco, medico e parroco. Sta di fatto che la popolazione cominciava a vedere realmente Pianetti come un piccolo Robin Hood e un liberatore, e sui muri della zona cominciarono ad apparire scritte a lui inneggianti. Il 29 luglio 1914 il prefetto di Bergamo, Antonio Molinari, aumentò a 5 000 lire la taglia sulla sua testa. Il 31 luglio le autorità autorizzarono il figlio di Pinetti, Nino, a recarsi tra i monti per cercare di incontrare il padre e convincerlo a costituirsi. Il ragazzo, trovato il genitore, gli consegnò due lettere scritte dalla moglie e dall’amico Bortolo Belotti, il senatore, che gli consigliavano di consegnarsi alle autorità. Ma Simone, dopo aver scritto una lettera di risposta alla moglie, disse al figlio “non mi troveranno mai, né vivo, né morto”. E questa fu l’ultima volta di cui si ebbero notizie documentate di Simone Pianetti.

La sua latitanza tra i monti della Val Brembana fu certamente aiutata anche dalla complicità di carbonai e pastori che vivevano a quelle quote. Con il passare del tempo le ricerche si allentarono. Il 25 maggio 1915 presso la Corte d’Assise di Bergamo si concluse il processo a carico di Simone Pianetti, imputato in contumacia. Fu condannato all’ergastolo con cinque anni di segregazione cellulare continua, all’interdizione dai pubblici uffici, alla perdita della patria potestà e dell’autorità maritale, nonché all’interdizione legale con conseguente annullamento del testamento da lui sottoscritto. Il tutto mentre si emetteva un nuovo ordine di cattura nei confronti del condannato. Ma Simone Pianetti non fu mai trovato. Numerose le ipotesi riguardo alla sua sorte. La tesi fornita dalla famiglia è quella che il loro congiunto fosse morto tra le cime dei monti Cancervo e Venturosa pochi giorni dopo l’incontro con il figlio Nino. Tuttavia numerose e contrastanti voci indicano il fuggitivo latitante nel continente americano.

A suffragare tale ipotesi alcune lettere rinvenute, e la testimonianza di Domenica Miles, la donna originaria di San Giovanni Bianco, che aveva conosciuto Pianetti per via della comune appartenenza politica, affermò di averlo incontrato presso Ciudad Bolivar, città venezuelana dove era emigrata con il proprio marito. Disse che Pianetti le consegnò alcune lettere e un po’ di soldi da inviare alla propria famiglia in Italia, raccontando di essere riuscito a fuggire, dapprima nascondendosi tra i fasci di legna trasportati da un carretto e poi recandosi, grazie all’interessamento di una persona molto influente della zona, all’ufficio visti della Questura di Bergamo che gli aveva fornito un passaporto con false generalità con il quale aveva potuto imbarcarsi su una nave diretta nell’America del Nord.

Nel 1943, alcuni abitanti della zona sostennero di aver incontrato un anziano signore aggirarsi tra i monti Cancervo e Venturosa, poco distante dalla contrada di Cespedosio. Parlando con lui emerse la vera identità di Simone Pianetti, ormai ultraottantenne. La vox populi riporta inoltre che Nino Pianetti, nel frattempo trasferitosi nella città di Milano, confidò a conoscenti come il padre fosse effettivamente emigrato nelle Americhe per poi tornare con falsa identità in Italia, dove avrebbe tarscorso gli anni della vecchiaia.

Il suo ultimo domicilio sarebbe stato presso l’abitazione milanese del figlio, dove sarebbe morto nel 1952. Ad oggi non si sa nulla della fine di Simone Pianetti.

A cura di Lara Pavanetto

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