Il frate sepolto vivo: gli strani rituali dei frati francescani di San Giobbe a Venezia. Pasqua 1561.

sepolti-vivi

Nell’anno 1561 la Pasqua cadde il 6 aprile.

La notte del giovedì Santo, il 3 aprile, ebbe luogo qualcosa di strano a Venezia nella chiesa di San Giobbe: la sepoltura di un frate vivo. Questo si raccontava di bocca in bocca per tutta Venezia tra il 10 e l’11 aprile. Sulla vicenda indagarono anche i Savi all’Eresia, cioè la Santa Inquisizione di Venezia. Il fascicolo processuale consultabile ancor oggi presso l’Archivio di Stato di Venezia1contiene la lettera del mercante Giulio Olgiato diretta al padre Luca, del 10 aprile 1561, che narra l’avvenimento: “ […] che la zobia santa prossima passata uno gentil homo mandò a confessar uno suo servitor il qual par che per inspiration de Iddio andò a in la giesia de li fratti de Santo Jop, in campo Canareio, et sono de l’ordine di fratti di cocholanti descalzi. Il qual servitor per la molta quantità de persone che si confessavano, non posse il suo voler esser espeditto, ma così stando ad aspettar de confessarsi s’adormentò in uno cantone de ditta chiesia. Di tal sorte che soprazonse la sera et per conclusione fu serato in detta chiesia che lui mai si svegliò, né mancho ditti fratti si accorsero di lui. Et così la ditta notte a hore 4 in 5 incirca (tra le nove e le dieci di sera), havendo il ditto servitor dormito da ore 7 o 8 incirca gli parse a sentir un brontolamento per il quale si svegliò. Et viste alquanti fratti del ditto convento con dopieri acesi, li quali cantando esequie da morto portavano uno de li suoi fratti ligato per li piedi et mani pur vivo, con uno sbadachio (bavaglio) in bocca, et da li ditti fratti è stà sepulto vivo et dappoi smaltato il monumento se partirno. Il povero servitor vedendo questo si spaurì per esser putto o giovene de anni 18 incirca. Non olsete (osò) a palesarsi alli ditti fratti, dubitando che non gli fessino il medemo anchora a lui. Et così celatamente stette in ditta chiesia fino a giorno che s’aprì la ditta chiesia. Dappoi aperta il ditto servitor andò a casa, al qual servitor il suo patron gli fa atorno con parole menaciose, dicendo dove l’era stato fin quel’hora, et lo haveva mandato a confessar, e che l’era andato a star con la putana. Al qual patron il ditto servitor rispose pregandolo chel lo volesse ascoltar de quattro parole, perché il ditto gentil homo suo patrone lo voleva scacciar fora di casa sua. Et così finalmente gli narò tutto il fatto dunque come fu. Et sentendo questo il ditto zentilhomo andò con il ditto servitor alli Signori Capi del Consiglio di x, et mi par habino trovato il vero, et anchor mi par sia sta fatto uno Consiglio di x per questa cosa, ma non si sa quello farano. Ma certo a me mi par una meravigliosa cosa de la qual per Venetia de altro che di questa crudeltà non si raggiona, et più da molti altri, et particolarmente da alcuni fratti de la Charità ho sentito che già alquanti anni in Milano nell’ordine et convento proprio de ditti cocholanti seguitò un altro simil et proprio caso. Et questo mi par che per quanto intendo che lo fanno ogni volta che qualcuno di loro non vole consentir a qualche tristizia che per quelli si die fare comunamente. De la qual cosa vi farò iudese voi che castigo meritariano questi tali de tal sue pessime operazioni, che prego Iddio gli proveda”.

 

La vicenda suscitò dunque molto scalpore in città, tanto che dovettero intervenire i procuratori della Fabbrica di San Giobbe, Benedetto Venier, Francesco Soranzo, Benedetto Giustinian con una loro lettera ai Savi all’Eresia, perché scrivono: “ […] chel vulgo ignaro et credulo, oltra le vegognose parole che si dicano contra li frati che cercano le elmosine, procurano con parole et fatti che non si facci elemosina a questa religion de Zocholanti la qual cosa ha parturito questo malissimo effetto, che i poveri religiosi non trovano più elemosine et consequenter se può dir chiaramente esserge tolto li alimenti et la vita. Si che non provedendoge con il sapientissimo juditio de vostre illustrissime signorie, de certo se ritrovano star in un espresso et manifesto pericolo di essere lapidati con tanto opprobrio de la vera fede”.

I procuratori chiedono sia aperta una veloce inquisizione come già ha provveduto a fare, dicono, il Consiglio dei dieci “in pleno collegio” il venerdì prima (11 aprile).

 

Chiedono inoltre che siano sentiti i seguenti testimoni:

Cassandra de Rafael burghier

Beta de Bastian remer

Margarita moier de sier Bartholomeo

Cornelia de Breguol

Menega de Bernardo canario

Beta de dona Menega vedova

Gasparina de Rafael

Gierolima de Zanmaria barcharuol de Marghera

Margarita vedova

Tutti i testimoni citati abitano in corte della Crea sulle fondamenta di San Giobbe.

Prima di tutto però fu chiamato a deporre il gentiluomo Zaccaria Vendramin, Procuratore di San Marco, il cui servitore si diceva fosse stato protagonista della vicenda.

zaccaria-vendraminZaccaria Vendramin è il protagonista del ritratto che molti attribuiscono al Tintoretto, e che è custodito nella città americana di Baltimora, presso il Walters Art Museum. Il suo interrogatorio è brevissimo. Lui risponde di non sapere nulla, e che nessun suo servitore mancò da casa la sera del Giovedì Santo e neppure gli raccontò la storia. Vendramin è congedato in fretta e senza altre domande.

Procedono poi i giudici con gli interrogatori delle varie donne citate, che portano tutti ad un unico personaggio detto Filippo il “caregeta” (impagliatore), che pare avesse raccontato alle donne della corte della Crea la storia del frate sepolto vivo di San Giobbe.

Così Filippo è chiamato a sua volta a testimoniare: “ […] Sogiunse di haverlo ditto (il fatto) a ser Tonolo secondo che lui l’haveva inteso da quella donna Maria”. E basta, altro non dice e altro non gli viene chiesto. Il suo interrogatorio è breve come quello del gentiluomo Vendramin. E i due interrogatori rispetto a quelli degli altri testimoni spiccano stranamente per la loro laconicità e brevità. Si può capire forse la deferenza per Zaccaria Vendramin Procuratore di San Marco. Meno quella per il “caregeta”. Forse non si voleva indagare oltre e giungere alla verità.

Alla fine i Savi all’Eresia pubblicheranno un proclama che condanna la vicenda bollandola come “falsissima” e opera degli eretici, e promettendo una ricompensa a chi denuncerà il colpevole di aver diffuso la storia. E, in sostanza, alle due persone cui avrebbero potuto chiedere di più, Vedramin e “caregeta”, i giudici non chiedono nulla accontentandosi della loro breve spiegazione che non spiegava nulla.

Certo se era vera la spiegazione che davano i frati della Carità, cioè che quello fosse un rituale di punizione in uso all’interno dell’ordine dei frati Zoccolanti, che colpiva colui che non si prestava a fare determinate cose, poteva spiegarsi l’opportunità di mettere subito a tacere le voci e le chiacchiere, con un’inchiesta che in realtà poi non avrebbe concluso nulla.

Tuttavia potrebbe esserci anche una seconda spiegazione. Il servitore potrebbe avere in realtà assistito ad un rituale esoterico di finta morte e rinascita visto che tutto accade a ridosso della Pasqua, in particolare la notte del Giovedì Santo. L’Ora Nona del Giovedì Santo è l’ultima celebrazione liturgica del tempo di Quaresima che si conclude prima dell’inizio della Messa Vespertina in Coena Domini. Il rituale dei frati zoccolanti di San Giobbe potrebbe in realtà essere un richiamo a dei riti molto antichi come quello dei ‘Sepolcri’. Una delle più antiche tradizioni della Settimana Santa, infatti, è quella legata ai ‘Sepolcri’. Chiamati così nella vulgata, sono anche definiti “altari” della reposizione. In questo giorno, infatti, si celebra l’istituzione dell’eucarestia, l’atto di sacrificio offerto da Gesù agli uomini. La tradizione risalirebbe all’epoca carolingia e si sarebbe modificata nel tempo. Ad essere ricordata in questo giorno è l’ultima cena, non la morte di Gesù Cristo alla quale pur rimanda il termine “sepolcro”, ad essere adorata è l’ostia – il corpo di cristo, l’eucarestia – riposta in un depositum sull’altare, dopo la messa in Coena domini: la vita rifiorisce sconfiggendo la morte. Il Giovedì Santo sarebbe dunque la morte della morte, perché il dio cristiano è il Dio della vita.

I frati zoccolanti potrebbero in realtà aver inscenato una finta morte di un loro confratello, in vista poi della resurrezione alla vera vita in Cristo. Finta morte o vera morte? Questo non si saprà mai. Nel documento è scritto che, secondo le voci che giravano per la città, il venerdì seguente il frate sepolto vivo era stato tirato fuori dalla tomba da alcuni cittadini veneziani, ancora vivo.

Curiosità finale: nello stesso mese, e quasi negli stessi giorni, il 14 aprile, a Norimberga avviene uno strano fenomeno celeste che sarà fissato in un’incisione realizzata all’epoca dal tipografo Hans Glaser. L’incisione rappresenta il Sole contornato da due grandi archi semicircolari (tipici del fenomeno naturale del parelio, che è un fenomeno ottico atmosferico causato dalla rifrazione della luce solare da parte dei piccoli cristalli di ghiaccio sospesi nell’atmosfera), e diverse figure simboliche tra cui dei cannoni con le relative palle da essi sparate. Sotto l’incisione è riportato un testo che descrive l’immagine. Nella prima parte Glaser racconta ciò che sarebbe accaduto quel giorno nei cieli di Norimberga riferendo di una terribile apparizione vista da numerosi uomini e donne dentro e fuori le porte della città. Il Sole apparve contornato da due archi color rosso sangue simili alla Luna nel suo ultimo trimestre, poi apparvero anche delle croci e delle strisce che iniziarono a spostarsi e a combattere tra di loro, infine apparve qualcosa di simile ad una grossa lancia nera. Nella seconda parte del testo Glaser afferma che solo Dio sa il significato di ciò che è apparso in cielo ed ammonisce i suoi lettori a non ignorare questi segni divini, invitandoli al pentimento. A cura di Lara Pavanetto

1 Archivio di Stato di Venezia, Savi all’Eresia, b.17.

gazzettino

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