Gli angeli della morte di Nagyrev. Ungheria 1911-1929.

Le assassine di Nagyrev

Le assassine di Nagyrev

Nagyrev era un borgo agricolo sul fiume Tisza in Ungheria (circa sessanta miglia a sud est di Budapest), vicino alla città di Tiszakürt, che contava nei primi del Novecento circa mille abitanti. Dal 1911 al 1929, una comunità di killers fiorì in questo villaggio grazie a due ostetriche: Zsuzsanna Olàh e Julia Fazekas. Conosciute come le”donne sagge”, si pensa che esse abbiano “ispirato” circa trecento omicidi in un periodo stimato di quindici anni. Poiché non vi era nessun ospedale a Nagyrev, la levatrice Jiulia Fazekas si prese cura personalmente delle esigenze mediche degli abitanti del villaggio dal 1911. Era una sostenitrice dell’aborto, che continuò a praticare per anni, sebbene fosse illegale. La sua compagna Zsuzsanna era nota per essere una strega, ed soprannominata “Zia Susi”.

Tutto iniziò quando la maggior parte degli uomini del posto partì per la guerra nel 1914, lasciando le rispettive donne sole a casa. Presto arrivarono altri uomini: i prigionieri alleati di guerra. Essi godevano di parecchia libertà di movimento, tanto che un certo numero di donne del villaggio fu coinvolto in relazioni amorose con loro, e quando i coniugi legittimi ritornarono, le donne non ne furono contente. Si erano abituate alla loro libertà sessuale, a quanto pare, e non desideravano rinunciarvi. Le due levatrici si accorsero del malcontento femminile generale e pensarono di offrire una soluzione a pagamento. Zsuzsanna e Julia prepararono dell’arsenico immergendo alcuni fogli di carta moschicida nell’acqua e facendola bollire: in questo modo estraevano il veleno che si separava dalla carta. Zsuzsanna Olàh si occupò di venderlo porta a porta, lo chiamava “la Polvere dell’Eredità di Zia Susi”. Il cugino della Fazekas, un addetto delle pompe funebri, si occupava di falsificare e archiviare i certificati di morte attribuendo i numerosi decessi a malattie varie. Inizialmente le donne coinvolte uccisero i mariti, ma qualche tempo dopo cominciarono a morire anche i loro figli, genitori, parenti e vicini, che ritenevano “scomodi”. Tra un omicidio e l’altro, la Fazekas eseguiva anche aborti clandestini in cambio di denaro. Fu arrestata una decina di volte tra il 1911 e il 1921, ma sempre assolta.

Verso il 1920 gli omicidi si diffusero a tal punto che Nagyrév fu soprannominato “il Distretto dell’Omicidio”. Il caso emerse ufficialmente solo nell’aprile del 1929 quando una lettera anonima fu inviata al direttore di un giornale locale: la lettera denunciava gli alti livelli di criminalità della zona del Tiszazug (in cui si trovava Nagyrév), e accusava un gruppo di donne del villaggio di essere delle assassine. Nel luglio del 1929 un maestro di coro di Tiszakurt sopravvisse ad un tentativo di avvelenamento e si rivolse alla polizia accusando l’infermiera Ladislaus Szabo di avere provato ad ucciderlo con un bicchiere di vino avvelenato. Poco tempo dopo un’altra persona accusò la Szabo di avere cercato di somministrargli del veleno. L’infermiera fu arrestata, e per ottenere la scarcerazione denunciò un’amica che era stata sua complice, la signora Bukenoveski. Quest’ultima, arrestata, fece il nome di Julia Fazekas, sostenendo che, nel 1924, l’ostetrica le aveva fornito dell’arsenico per uccidere la madre di settantasette anni. Furono riesumati decine di cadaveri dal cimitero locale per le indagini.

Gli agenti, che avevano raccolto abbastanza prove del coinvolgimento della Fazekas in vari omicidi, la arrestarono. Lei si proclamò innocente. La scarcerarono per mancanza di prove, ma iniziarono a pedinarla di nascosto: come previsto andò di casa in casa per avvertire i membri del suo “gruppo” che erano state scoperte e che gli omicidi avrebbero dovuto cessare. A partire dalla Fazekas i poliziotti scoprirono i membri del gruppo delle avvelenatrici e li arrestarono il giorno stesso. In totale la polizia arrestò trentotto donne, e un uomo. Le autorità rilasciarono alcune sospettate e ne tennero in custodia ventisei. Julia Fazekas per evitare l’arresto si suicidò in casa sua bevendo il veleno. In casa sua la polizia trovò della carta moschicida a mollo nell’acqua. Susi Olàh invece fu presa viva insieme alla sorella settantenne Lydia. A questo gruppo di donne furono attribuiti da cinquanta, fino a trecento omicidi.

A conclusione del processo, che ebbe luogo a Szolnok, sette delle ventisei assassine furono condannate all’ergastolo, altre ad alcuni anni di carcere. Otto ebbero la pena capitale, ma solo due di loro furono impiccate: una delle due condannate fu Susi Olàh, l’altra la sorella Lydia.

Gli omicidi di questo gruppo di donne scioccarono all’epoca tutta l’Ungheria. Gli studiosi ipotizzarono che le donne fossero state prese da “un attacco di pazzia”.

Ma il loro caso non fu il primo: una donna di nome Alexe Popova tra il 1879 e il 1909, diede del veleno gratis alle donne del villaggio di Samara per avvelenare i loro mariti. Arrestata nel marzo 1909, confessò con orgoglio 300 omicidi. Fu successivamente condannata a morte tramite fucilazione, sentenza eseguita nel 1909.

A cura di Lara Pavanetto

 

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