Lo strano caso di omicidio del Ghetto di Venezia. Anno 1776

Ponte del Ghetto Vecchio

Ponte del Ghetto Vecchio

Un processo conservato presso la sede dell’Archivio di Stato di Venezia ci racconta una storia dimenticata, una storia di scandali, misteri e delitti senza colpevoli.

Sono le dieci di una afosa sera del 18 luglio 1776 e siamo in campo del Ghetto Vecchio di Venezia. Un uomo sta bevendo un bicchiere di acqua al banco di un caffè, proprio vicino al ponte che mette in comunicazione il Ghetto Nuovo con il Ghetto Vecchio. Quell’uomo si chiama Marco Scaramella, ha 26 anni e svolge la professione di intermediario commerciale. Il proprietario del locale, invece, si chiama Abram Cuser e in quel momento sta discutendo con il suo garzone su alcune consegne da farsi per il giorno dopo. La porta si apre e entrano due uomini, uno giovane e uno anziano. Tutti li conoscono come i fratelli Calimani, sebbene in realtà il ragazzo giovane si chiama Moisè Musolin, mentre l’uomo anziano è Giuda Musolin, detto Lion.

I due vanno verso il banco e si mettono  alla sinistra e alla destra di Marco Scaramella, il quale li conosce molto bene avendo sposato la figlia di Moisè. Eppure la presenza del suocero lo infastidisce tanto che posa il bicchiere e decide di uscire.  Un urlo si alza tra i presenti:- dai mazzelo quel crestoso!
Moisè dice- Sior Corbesan corrè.

Il giovane ha solo il tempo di mormorare – ti me ha mazzà te vol che corra? Poi cade a terra in una pozza di sangue.

Il 19 luglio un notaio, su ordine dell’Avogador di Comun, venne condotto in una casa del Ghetto. Dopo quattro rampe si trovò in una piccola stanza dov’era distesa la povera vittima. Marco Scaramella era fasciato alla vita, ma la garza era completamente zuppa di sangue. L’unica domanda utile per iniziare le indagini era chi fosse il suo aggressore. Il nome fornito era Giuseppe Vita, figlio di Giuseppe Sacchi. Alcuni testimoni lo avevano visto uscire con i fratelli Calimani. Perché il suocero non lo aveva aiutato? Marco Scaramella non lo verrà mai a sapere, morirà il giorno successivo.

Nel frattempo la macchina della giustizia cominciò a muoversi, si interrogarono i due Capi Contrada e si scoprì che il pomeriggio dell’aggressione il presunto omicida aveva schiaffeggiato Marco, il tutto a causa di una bevuta nella quale Giuseppe non volle pagare e la vittima si era trattenuta un fazzoletto come pegno.

A questo punto qualcosa nell’indagine non funzionò. Non solo non si cercò Giuseppe Vita, ma si aspettò una settimana per interrogare  la moglie di Marco: Gentile Udine.  Lei raccontò che Giuseppe Sacchi non aveva una professione e girava spesso a casa sua per spillare denaro a suo padre Moisè. Non sapeva dove si potesse trovare, forse era uscito dallo Stato, alcuni parlavano della città di Trieste, altri dicevano che anche suo padre era implicato nella fuga. Anche in questo caso, l’Avvogador di Comun non ritenne di dover sentire i Calimani e cercò invece dei precedenti a carico del sospettato.
Si rintracciò una denuncia che creò ancora più confusione, l’anno precedente, precisamente il 27 novembre 1775 il fante dell’officio dell’Avogaria di Comun aveva comandato a Giuseppe Vita Sacchi di non offendere molestare, ingiuriare la persona di Moise figlio di Samuel di Udine con pena di ducati cento e formazione di processo bando o prigione. Eppure quel giorno i due erano in compagnia.

Il primo agosto venne interrogato Abram Cuser il proprietario del caffè. Questi narrò per filo e per segno ciò che era accaduto nel suo locale ma poi, quando gli venne chiesto se poteva conoscere il motivo, se ne uscì con una strana storia. Lui sapeva, per sentito dire, che Moisè Musolin, il suocero dello Scaramella, aveva un rapporto “speciale” con l’assassino. Cosa intendeva per “speciale”? Voleva dire che correva voce che fosse il suo ragazzo di piacere il suo “bardassa”.

A metà agosto si iniziarono a interrogare alcuni negozianti del Ghetto, ma le domande non erano rivolte a comprendere il movente dell’omicidio, bensì se ci fosse veramente il “nefasto” delitto di sodomia. Abram Abdas Fonseca di 24 anni, negoziante in Ghetto, raccontò che la famiglia del Musolin era disgustata tra quello che passava tra Giuseppe e Moisè e molti lo potevano confermare.

Alla vigilia di Natale si proclamò che Giuseppe Vita si presentasse entro tre giorni, i tre giorni trascorsero ma il fuggitivo non si fece vivo.

Il 24 gennaio il nuovo Avogador di Comun, il nobile Giuseppe Diedo , inviò una missiva al temibile Consiglio di Dieci. Dopo circa un mese, il 4 marzo, il Consiglio di Dieci avviò nuovamente delle indagini. Questa volta per il reato di sodomia. Il fatto che ci fosse stato un omicidio, cadeva in secondo piano. Ma l’indagine non portò a nulla e dopo dieci mesi e decine di interrogati, il 15 di dicembre, vennero arrestati Giuda e Moisè.

Il 30 dicembre venne emesso il bando per omicidio contro Giuseppe Vita Sacchi, se fosse stato arrestato avrebbe scontato dieci anni di prigione all’oscuro.
Un mese dopo i fratelli Calimani vennero accusati di contegno violento oltre alla complicità con il Sacchi nel farlo uscire dallo Stato Veneto. Le loro difese, comprensive di decine di testimoni a loro favore, furono accolte e vennero totalmente assolti il 30 luglio.

Erano veramente amanti o erano solo dicerie? Avevano aiutato veramente l’assassino a fuggire? perché Giuseppe aveva ucciso Marco ? alcune delle domande che rimasero senza risposta. Il caso di Marco Scaramella restò senza giustizia.

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