L’assassinio della piccola June Anne Devaney, Inghilterra 1948.

June Daveney

Il primo caso di acquisizione di impronte digitali di massa nella storia del crimine: l’assassinio della piccola June Anne Devaney, Inghilterra 1948.

Il 15 maggio 1948 la piccola June Devaney di 3 anni e 11 mesi, ricoverata per una polmonite al Queen Park Hospital nella città di Balckburn, fu rapita dal suo lettino d’ospedale e brutalmente uccisa.

Poco dopo la mezzanotte l’infermiera Gwendolyn Humphreys, che si trovava nella piccola cucina del reparto, aveva sentito un grido. Aveva controllato, ma non vedendo nulla di strano era tornata ai suoi doveri. Alle 01:20 aveva nuovamente sentito uno strano rumore e notato che una porta alla fine della corsia era aperta. Dopo averla chiusa, l’infermiera, girando per il reparto, si accorse che la culla di June era vuota. Fece una rapida ricerca, ma non trovando la bambina diede l’allarme.

La polizia locale arrivò ​​alle 01:55 e iniziò subito a cercare June nell’ospedale e nel parco che lo circondava. Circa verso le 3:15 il corpicino di June fu trovato accanto al muro di cinta, aveva ferite compatibili con un pestaggio. L’ospedale diventò una scena del crimine. L’autopsia dimostrò che June era stata violentata e aveva fratture multiple al cranio. Sotto la sua culla in ospedale fu trovata una bottiglia d’acqua di vetro che fu esaminata per le impronte digitali. Furono prese le impronte digitali a tutto il personale ospedaliero e anche a tutti i visitatori che erano stati in reparto e in ospedale quella sera. Ma i controlli non portarono a nulla.

Le indagini appurarono che la notte del delitto un tassista aveva raccolto un uomo che parlava con un accento locale nei pressi dell’ospedale. L’ispettore capo Capstick, incaricato delle indagini, propose allora che fossero prese le impronte digitali a ogni maschio di età superiore ai 16 anni che abitava in città o che vi si fosse trovato tra il 14 e il 15 maggio. Fu sviluppata una carta speciale in modo che le stampe del dito indice sinistro, medio e anulare (quelli che erano sulla bottiglia) potessero essere registrate e catalogate rapidamente. La task-force fu guidata dall’ispettore W. Barton e comprendeva un gruppo di 20 ufficiali. Oltre 40.000 serie di stampe furono fatte senza che fosse trovata una corrispondenza. Il 12 agosto 1948, dopo 46.253 serie di stampe, furono prese le impronte digitali a Peter Griffiths, un ex militare di ventidue anni che era vissuto per un breve periodo a Blackburn dove aveva lavorato in un mulino. Le impronte sulla bottiglia erano le sue.

Peter Griffiths fu arrestato il 13 agosto 1948. Già durante il primo interrogatorio ammise di essere responsabile per la morte della piccola June Devaney, e non mostrò alcun rimorso per le sue azioni. In casa sua la polizia trovò il biglietto di un banco dei pegni locale per un vestito, che si rivelò una tuta da lavoro con diverse macchie di sangue. Durante il processo la difesa che Griffiths puntò sulla malattia mentale dell’uomo che secondo un esperto mostrava i primi segni di schizofrenia. Griffiths descrisse con estrema freddezza come era entrato in ospedale quella notte, e come aveva preso la bambina dal suo lettino e l’aveva portata fuori fino al muro di cinta, dove l’aveva uccisa. Non rispose quando gli fu chiesto conto dell’aggressione sessuale.

Alla fine, la giuria emise un verdetto di colpevolezza e il giudice condannò Griffiths a morte. Il giovane fu impiccato nella prigione di Liverpool il 19 novembre 1948. Dopo la condanna di Griffiths la polizia di Blackburn mantenne la promessa fatta alla popolazione, e distrusse tutte le serie di impronte digitali che erano state prese nel corso dell’indagine. A cura di Lara Pavanetto

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