I delitti a Sarzana tra il 1937 e il 1939. Un errore giudiziario risarcito da Mussolini con 25mila lire

Collegio Missioni

Collegio Missioni

Don Umberto Bernardelli è il rettore del Collegio delle Missioni di Sarzana da molti anni, quando è ucciso con tre colpi di pistola in pieno petto, nel suo ufficio, la sera del 4 gennaio 1937. I tre colpi di pistola sono uditi da due collegiali quindicenni che si trovano in un corridoio vicino all’ufficio di don Bernardelli. I ragazzi accorrono immediatamente, l’assassino li incrocia e non esita a sparare contro di loro. Leonardo Bassano è colpito in maniera non mortale ad un fianco, mentre Alfredo Collini rimane incolume. L’assassino, un uomo mascherato con un cappellaccio calcato in testa e una sciarpa di lana sul volto, fugge verso la portineria, dove è seduto, come al solito, don Andrea Bruno che non ha scampo. Due pallottole lo feriscono a morte. L’assassino riesce a dileguarsi, mentre don Bruno riceve i primi soccorsi. Il sacerdote è in agonia, ma ancora vivo. E prima del trasporto in ospedale, durante il quale spirerà, dice di aver riconosciuto il criminale, ma non ne ricorda il nome.

Le indagini, fin dall’inizio non sono facili. A Sarzana si vocifera della doppia vita di don Bernardelli che, a quanto pare, non disdegna la compagnia femminile. Si parla di numerose amanti e di altrettanti mariti gelosi. Alla fine, concentrandosi sulle ultime ore di vita del religioso gli inquirenti sembrano trovare la pista giusta. La sera del delitto, la vittima era in compagnia di due persone, don Andolfatto, parroco di Castelnuovo Piano, e uno studente d’ingegneria ventiquattrenne, Vincenzo Montepagani, un ragazzo che voleva guadagnare qualche soldo per poter sposare la sua fidanzata e che il rettore del collegio aveva aiutato, assumendolo come insegnante per le ripetizioni pomeridiane. Non lavorava però bene Vincenzo, si faceva aiutare da un’altra professoressa a preparare le lezioni e don Bernardelli lo aveva rimproverato più di una volta. Il ragazzo è alto e robusto, proprio come l’uomo con cappello e sciarpa descritto dai testimoni oculari. Interrogato, lui giura e spergiura di non entrarci niente nel delitto. Racconta di essere tornato a casa e di non esser più uscito, quella sera, ma non ha testimoni che possano provarlo. Gli inquirenti lo accusano ufficialmente, tre settimane dopo la tragica serata, del duplice omicidio.
Il caso pare risolto, ma inaspettatamente tutto è rimesso in discussione quando due cadaveri vengono trovati a Ghiaia di Falcinello, alle porte di Sarzana, alle prime luci dell’alba del 2 agosto 1938. Nel frattempo Vincenzo Montepagani era stato processato dopo diciotto mesi di detenzione. Ma erano spuntati dei testimoni a suo favore e l’accusa non era riuscita a provare la sua colpevolezza, per cui era stato assolto dopo una lunga camera di consiglio. Benito Mussolini lo aveva risarcito consegnandogli personalmente un assegno da venticinquemila lire.
Le due vittime di Ghiaia di Falcinello che fanno riaprire il caso, sono Livio Delfini, vent’anni, barbiere; Bruno Veneziani, trentacinquenne, tassista. I due corpi crivellati da due armi diverse, una calibro 9 e una calibro 6.5. sono trovati la mattina del 2 agosto 1938 accanto al taxi del Veneziani. Il commissario Paolo Cozzi, porta avanti le indagini nell’ambiente della sovversione politica, così come gli ha suggerito il Duce in persona, tuttavia segue anche, nel contempo, un suo personalissimo filone, che mette in relazione il misterioso duplice omicidio con quello dei due sacerdoti al Collegio, di quasi due anni prima. Il commissario sospetta un killer isolato. Le indagini si trascinano infruttuose per mesi fino alla mattina del 29 dicembre 1939, quando il commissario Cozzi accorre all’Ufficio del Registro di Sarzana. L’ha chiamato il direttore, che all’apertura dell’ufficio ha trovato il custode Giuseppe Bernardini con un’ascia piantata in mezzo alla fronte. Una volta sul posto, Cozzi nota come l’impugnatura dell’ascia sia stranamente appiccicosa. La cassaforte aperta è vuota, ma appunto non è scassinata, è proprio aperta. Il direttore, Guido Vizzardelli è sconvolto perché la chiave della cassaforte ce l’ha solo lui. Non è sarzanese, è abruzzese di Francavilla a Mare, dove si è sposato ed ha avuto il figlio Giorgio. E’ un uomo di riconosciuta rettitudine, ma il commissario come atto dovuto si fa consegnare il portachiavi, e curiosamente sente anche questo, tra le dita, appiccicoso. Uno strano sospetto si fa strada nella mente di Cozzi, che dà ordine di perquisire a fondo la casa del Vizzardelli. In cantina il commissario scopre delle bottiglie vuote, appiccicose. Il signor Guido spiega che le bottiglie sono del diciassettenne figlio Giorgio, che distilla liquore per hobby. Cozzi indaga sul figlio del Vizzardelli e scopre parecchie cose interessanti. Per esempio, che frequenta l’avviamento commerciale al Collegio delle Missioni. Che un giorno, alla fine del 1936, ha danneggiato i ritratti del Re e del Duce. Che don Bernardelli, per questo, lo ha sgridato. Il commissario decide di convocare il ragazzo per interrogarlo.

Giorgio William Vizzardelli di Guido, nato a Francavilla nel 1922 e residente a Sarzana, dopo poche ore di interrogatorio confessa tutto. Di avere ucciso don Bernardelli per vendicarsi del rimprovero di pochi giorni prima, e di aver sparato su chiunque tentasse di ostacolare la sua fuga, come il povero don Bruno. Confessa di avere dato un appuntamento fuori città a Livio Delfini, perché il barbiere era venuto a sapere per caso della sua colpevolezza e lo ricattava, e di averlo ucciso insieme all’ignaro tassista che lo aveva portato fin là. Confessa, infine, di aver rubato le chiavi della cassaforte al padre e di avere barbaramente ammazzato Bernardini per rubare i soldi e scappare negli Stati Uniti, la terra del suo idolo, Al Capone.
La minore età lo salverà dalla condanna a morte. Nel gennaio 1941 Giorgio Vizzardelli, è condannato al carcere a vita. Uscirà dopo ventisette anni, in seguito alla grazia concessagli dal Presidente della Repubblica Saragat, ma si toglierà la vita nell’estate 1973, a Carrara, in casa di una sorella. A cura di Lara Pavanetto

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