Non disturbare ! I morti, per contagio in vita, riposano. Poveglia 1793

poveglialapide

Foto gentilmente offerta dal Sestante di Venezia.

Mentre cercavo notizie sui veleni per alcune conferenze che terrò a maggio, mi è capitato sotto mano il manoscritto redatto dal magistrato alla Sanità di Venezia dell’ultimo caso di contagio da peste avvenuto a Venezia, precisamente in una Tartana (una particolare nave), ormeggiata nei pressi dell’isola di Poveglia.

Il racconto del magistrato ci trasmette immediatamente tutto l’orrore vissuto dai marinai, costretti ad affrontare una morte invisibile. A ricordo di quell’episodio nell’isola ancora oggi è possibile vedere una lapide con una incisione che dopo un veloce consulto con l’archeologa Paola Sfameni, potremmo tradurre in: “Non disturbare ! I morti, per contagio in vita, riposano.” Sebbene letteralmente “ne fodias” significherebbe non scavare, credo che in quel momento tutti pensassero con rispetto a quelle ultime povere vittime che da mari tanto lontani erano giunte a Venezia per morire in un’isola semi deserta. Ecco una parte di quel manoscritto, il resto lo pubblicherò più avanti.

“Descrizione istorica del contagio sviluppatosi in una tartana nella Idriota esistente nel Canal di Poveglia nel Giugno 1793 e de mezzi praticati a reinserirlo in quell’isola. Scritta dal comando del magistrato Eccellentissimo alla Sanità di Venezia 1793.

[…] Scrivo l’avvenimento di Poveglia memorabile in vero per ragion contraria, a grado eguale, o forse maggiore degli altri descritti: quelli memorandi per lo stazio, per l’insistenza, e per le perdite sanguinose di un male atroce, ed irreparabile, memorando questo per aver potuto con distinti mezzi di attività, e di sollecitudine preservare indenne interamente la comune salute dalle funeste conseguenze dello stesso inesorabile tremendo nemico. Comparve in questo Porto nella mattina del dì 5 giugno decorso una tartanella idriota nominata San Nicolò di bandiera ottomana diretta dal Capitan Zuanne Mechxi quondam Toderin Spezzioto, con solo carico di formaggio salato proveniente da Napoli di Romania con equipaggio composto di trenta persone. Era illeso da ogni male il paese donde partiva come assicurava la sua Patente netta di scorta, era di genere non suscettibile il carico, tutte si trovavano sane le persone del legno, ne indizio alcuno poteva condurre a considerarlo di gravissimo sospetto, quindi coperto il legno stesso da un Guardiano di Sanità, con le ordinarie riserve fu fatto passare nel Canal di Poveglia, luogo allora destinato ai legni di sospetto, allo sconto della natural sua Quarantena di Contumacia, dove con li riguardi tutti di salute si è eseguito in poche ore della mattina susseguente 6 giugno lo scarico del formaggio consistente in pezze nove milla circa già estraibili per legge, mentre tutti continuavano a mantenersi in perfetta salute.

Solo nel giorno degli 8 ad ora avvanzata della mattina giunse al magistrato una lettera del Guardiano di Sanità esistente sul Bordo della Tartanella predetta, con cui espose, che aggredito sin dal di precedente, cioè un giorno e mezzo dopo lo scarico, uno de marinari da dolor di capo, gli si erano ordi manifestati dei segni di mal contagioso, che due altri si trovavano aggravati da dolor di testa, e chiude in poscritto, con la funesta notitia della morte del primo infermo.

Un immediato sopraluogo eseguito dal Nobil Homo ser Fabio Iseppo Gritti Provveditor Deputato ai Lazzaretti, con il medico Dottor Leone Urbani, (trovandosi allora infermo dall’ultima malattia il fu Proto medico precessore) con il Colonello Michieli Vitturi ispettore di Sanità, con l’avvocato fiscale Lorenzo Alugara, che scrive l’istoria presente, col Chirurgo del magistrato Eccellentissimo Domenico Novello, e con li fanti, avverrò per troppo il carattere della fatal malattia.

Giovanni di Apostoli dalla Spezie era la prima vittima dell’accesso, assalito da cefalagia, da vomito biliare, da vertigine, da petecchie nere, da vibici, da antraci, e buboni, nell’augusto spazio di ventiquattro ore aveva perduto la vita. Gli evidenti segni della più micidial pestilenza erano impressi sul suo cadavere raccolto nella lancia inserviente alla Tartanella. Eguali segni della maligna infezione, si erano spiegati sopra altri tre infermi marinari, fatti spogliar ingnudi, ed esaminati attentamente, Michiel d’Anagosti Greco aveva un bubone nell’inguine destro, Teodoro Sarandachi Greco si querelava di Cefalagia, e Giorgio d’Andriano Greco giovane d’anni quattrordici si lagnava di dolor di capo, e verso l’occipite aveva un tumore dilatato nel collo, sino alle orecchie, ed erano questi infelici nella lancia stessa, ove trovavasi il cadavere dell’Apostoli dicesi dalla Tartanella tutti nella stessa mattina.”

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