Vincenzo Verzeni il vampiro di Bergamo, 1870.

Vincenzo Verzeni

Vincenzo Verzeni

Vincenzo Verzeni, “il vampiro di Bergamo”, si può considerare il primo serial killer di cui si ha notizia precisa e dettagliata in Italia. Comincia a colpire già all’età di 18 anni e a soli 22 anni sarà catturato e assicurato alla giustizia.

Nato nel 1849 a Bottanuco, nel bergamasco, era un ragazzo di robusta costituzione, docile, silenzioso e solitario, appariva gentile e innocuo. Proveniva da un ambiente familiare disagiato e povero: un papà violento e quasi sempre ubriaco, una madre remissiva e bigotta.

Un contesto difficile che non permette a Vincenzo di coltivare relazioni interpersonali con i suoi coetanei, e soprattutto con le ragazze. La sua rabbia, trattenuta e alimentata per anni esplode, tra il 1870 e il 1874.

La sua prima vittima fu Giovanna Motta di 14 anni. La giovane si stava recando a Suiso da alcuni parenti, quando fu aggredita da Vincenzo. La ragazzina non giunse mai a destinazione e scomparendo misteriosamente inghiottita nel nulla. Il suo corpo fu rinvenuto quattro giorni dopo deturpato da orrende mutilazioni. Il cadavere era completamente nudo e senza viscere, aveva molta terra in bocca ed era privo degli organi sessuali. Il collo presentava molti morsi e su un masso, accanto furono rinvenuti ben 10 spilloni disposti a raggiera.

La seconda vittima, nel 1872, si chiamava Elisabetta Pagnoncelli. Il suo cadavere fu ritrovato scannato, con morsi e graffi ovunque. Un rituale vampirico molto simile a quello usato per uccidere la Motta. Tra questi due omicidi portati a compimento, il Verzeni cerca, senza riuscirci, di uccidere altre donne per dissetarsi del loro sangue.

Nel 1867 afferra alla gola la cugina Marianna durante il sonno, ma la giovane grida e lui è costretto a fuggire. Nel 1869 Barbara Bravi è avvicinata da un individuo che l’aggredisce, urla disperata e l’assalitore fugge. Pur non riuscendo a vedere bene l’uomo, la donna non esclude che possa trattarsi del Verzeni.

Nel 1869 Margherita Esposito è assalita da una persona che lei identifica come Verzeni. La donna riesce a colpire l’aggressore al volto e, casualmente, il Verzeni nello stesso giorno sarà visto con la faccia gonfia. Sempre nel 1869, Angela Previtali è aggredita e trascinata in una strada isolata ma alla fine Verzeni la libera mosso da compassione. Il 10 aprile del 1871 tocca a Maria Galli importunata da un individuo che lei riconosce come Verzeni.

Il 26 agosto 1871 la signora Maria Previtali è spinta, gettata a terra e presa alla gola. Invitata a indicare il suo aggressore, Maria riconosce Verzeni come colpevole.

Il giovane eviterà comunque la condanna a morte per fucilazione, grazie al voto favorevole di un giurato e sarà condannato ai lavori forzati. Durante il processo l’imputato dichiarerà: “Io ho veramente ucciso quelle donne e ho tentato di strangolare altre perché provavo in quel modo un immenso piacere. Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte con le unghie ma con i denti perché io, dopo averle strozzate, le morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con la quale godei moltissimo”.

Vincenzo Verzeni non reggerà a lungo i lavori forzati e, il 13 aprile 1874, sarà trasferito in un manicomio giudiziario, dove riceverà “cure estreme” come il totale isolamento nell’oscurità, docce gelate fatte cadere sul capo da un’altezza di 3 metri, alternate a bagni di acqua bollente o scariche elettriche di varia entità. “Cure” che lo faranno chiudere in un mutismo impenetrabile sino al 23 luglio 1874, quando sarà ritrovato impiccato nella sua cella. Fu rinvenuto penzolante contro il muro, con indosso solo le ciabatte e le calze, appeso per il collo a una fune attaccata all’inferriata.

Così finì la sua esistenza Vincenzo Verzeni, riconosciuto come un vampiro sadico e spietato che uccideva spinto da motivazioni sessuali. Il suo caso fu trattato da Cesare Lombroso (padre dell’antropologia criminale) nel suo libro “L’uomo delinquente”. Lombroso, prese parte al processo Verzeni, durante il quale sarà attratto da alcuni tratti somatici dell’imputato, come le mandibole enormi e gli zigomi alti, e fonderà su di lui le sue teorie del delinquente nato. Alla fine del processo, definirà l’imputato affetto da cretinismo, da necrofilia o pazzia per amori mostruosi o sanguinari, e malato di pellagra. A cura di Lara Pavanetto.

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