Omicidio all’ombra della Pietà

Ph Mirko Manzin

Ph Mirko Manzin

Venezia, 14 luglio 1739. Nelle carceri di Palazzo Ducale, in una delle varie stanze, è rinchiuso Pietro Paulini. Il Paulini non è un soldato qualsiasi, è un reclutatore. Per alcuni anni aveva servito sotto gli ordini del Colonnello Rocco Marinti, morto da poco. Successivamente era passato agli ordini del Tenente Colonnello Berettini. Abitava a San Barnaba ed era stato arrestato dal Consiglio dei Dieci con l’accusa di false generalità. Successivamente liberato, era stato subito fermato, però, dal Consiglio dei Quaranta al Criminal, con un’accusa più grave: omicidio. Secondo il magistrato è l’assassino di Piero Andrisi, sergente della compagnia del Tenente Colonello Conte Del Verme.
Gli avvocati avevano già fatto una ricostruzione attendibile di quello che era successo, ora serviva solo una confessione. In mano gli inquirenti avevano una perizia del chirurgo nella quale si era rilevato che il cadavere dell’Andrisi presentava una ferita alla mano destra, un taglio sulla bocca e una ferita nel petto nella parte destra che aveva perforato i polmoni e lo aveva condotto alla morte. Si conosceva anche l’ora precisa del decesso, tutto era successo alle otto del lunedì 9 maggio. Un testimone affermava che in quel momento si trovava in corte Busella e stava andando verso la Pietà. Dietro di lui aveva proprio Piero Andrisi che abitava lì.

Il testimone affermava che ad un certo punto uscì un uomo con una spada in mano e senza proferire parola diede una stoccata al soldato. Andrisi, alzò il braccio nel tentativo di parare il colpo, ma nonostante questo rimase ferito al petto.  Dopo averlo colpito l’aggressore si era tirato indietro e Andrisi aveva estratto la propria spada. A quel punto uscirono altre persone armate, il testimone urlò “in drio in drio” (indietro indietro). La situazione sembrava di generale confusione. Andrisi ripose la spada nel fodero e si tolse una rosa che teneva in bocca, gli colò del sangue, fece alcuni passi in direzione del ponte della Pietà e chiese un chirurgo prima di cadere a terra vicino agli scalini del ponte stesso. C’era un uomo che aveva visto tutta la scena dal balcone che si affacciava sulla riva al di là del ponte della Pietà.

Un ragazzo dentro una bottega aveva sentito che l’aggressore uscendo dalla calle disse “ son qua cospetto coll’aggiunta del nome di Dio” e poi tirò con la spada al petto del soldato. Disse anche che erano tre ma uno dei tre non si mosse e non fece nulla. Un religioso si ricorda che un “ Fa’ Pelle” ovvero il termine con il quale si indicava colui che reclutava soldati, vestito con tabarro turchino di statura bassa, tolse la spada da sotto il tabarro, prima di tirare la stoccata mortale. I magistrati avevano ritrovato anche il religioso che negli ultimi istanti di vita dell’Andrisi, lo assistette. Raccontò che l’uomo disteso sui gradini del ponte, quando lui arrivò, non riusciva a parlare, gli colava sangue dalla bocca e mori dopo quindici minuti di agonia. Non c’erano dubbi su quello che era successo, ma qual’era il movente?

Cominciò a parlare il Paulini. Pietro Andrisi era stato spedito da Corfù dal colonnello del Verme per reclutare soldati per il suo reggimento. Con l’accordo del Magistrato Savio alle Scritture, sarebbe stato pagato con due zecchini a testa. Il pagamento gli veniva corrisposto da un ebreo, un certo David Bassan. Giunto a Venezia si mise in contatto con lui e gli promise di pagarlo per gli uomini che reclutava. Iniziò cosi a fare il suo mestiere e nella Venezia del Settecento non era poi cosi difficile trovare gente disperata che per una paga sicura rischiava la vita all’estero. Trovò sei o sette uomini che gli furono pagati uno zecchino l’uno. L’altro zecchino l’Andrisi se lo teneva per spesare i soldati fino a Corfù. Ma a lui l’idea di essere pagato metà di quello che la Serenissima corrispondeva non gli andava a genio. Cosi chiese la differenza all’Andrisi il quale bestemmiando gliela rifiutò. Senza indugiare troppo, allora, portò gli uomini direttamente al Lido di Venezia scavalcandolo. Andrisi scopri questa cosa e gli disse “Signor soldato se volè i vostri bezzi vegnì a torli sulla punta de sta spada, e vi sfido”. ( Signor soldato se volete i vostri bezzi (soldo veneziano) venite a prenderli sulla punta della spada). Non contento lo querelò al tenente colonnello Giovan Battista Berettini. Aveva due testimoni: Zuanne Sbardi ed un altro. Ma la querela cadde perché i testimoni dichiararono che Andrisi li portò a mangiare e bere per indurli a dire delle falsità.
La questione non si risolveva cosi decise di chiedere ad un prete di fare da intermediario. Questi andò a parlargli all’Osteria della Rizza ma il soldato gli disse chiaramente che prima o poi lo avrebbe ucciso. Si sentiva in pericolo e temeva per la propria vita, l’Andrisi per tutto aprile lo sfidò con la spada. La mattina del 19 maggio 1735 inviò nuovamente una persona religiosa per farsi pagare e mettere una pietra sopra questa questione. Ma si sbagliava nel pensare che la faccenda fosse finita lì. Il 9 maggio dopo pranzo incontrò l’Andrisi al magazzino della pietà e decise di chiudere quell’episodio. Il resto della descrizione degli eventi era fedele alle testimonianze riportate.

Il 25 agosto del 1739 il carcerato presentò una carta per la sua difesa. Nella lunga disquisizione che scrisse e che oggi si trova nel fascicolo processuale, una parte è degna di essere riportata: “Chi transita gl’intricati sentieri dell’ingannevole viaggio della vita mortale, e tra gli inesplicabili raccoglimenti dello stesso non si smarrisce, o ignoto anch’a se stesso non vive, o segue con distinto privilegio una guida fedele.” aggiunge anche “che d’anni quatro vivo sepolto nel fondi d’orrido carcere, circondato da tutte le maggiori augustie, ferito da stridi dell’innocente desolata famiglia, senz’altra colpa…”.

E concluse la lunga lettera scrivendo “Eccomi per tanto clementissimi padri prostato a vostri piedi un infelice bersaglio di barbara sfortuna, mirevoli giudici sapienti circondato dalla moglie sconsolata dai miseri pargoletti che tutti genuflessi vi chiedono il consorte il genitore, ed in esso il loro costante, il risarcimento del loro essere anichilato. Fatte che per pietà ritorni a respirare della tanto cospirata libertà, mediante l’implorata assoluzione, onde pochi (come prima) sacrificare questa vita nel desiderabile servigio del Principe Serenissimo e dell’Eccellenza Vostra”.
La lunga lettera, le credenziali, il passato di servo onesto della Serenissima, vengono riconosciute ed il 3 ottobre del 1739 si decreta che resti in carcere solamente altri sei mesi continui.

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