L’ultimo rogo inquisitoriale in Friuli

rogoDomenico Scandella detto Menocchio non credeva nella divinità di Cristo né nella verginità di Maria, non ammetteva i sacramenti e non solo criticava apertamente la Chiesa, i vescovi e i preti, che si arricchivano alle spalle dei poveri, ma insegnava che per salvarsi bastava vivere onestamente e amare il prossimo, senza bisogno dei sacramenti o di tante preghiere,  che si fosse cristiani, turchi o ebrei. Menocchio non era riconducibile a un unico ambito di idee religiose: non era protestante, ne ababattista, ne antitrinitario, ne cataro, si era semplicemente costruito uno straordinario amalgama filosofico e religioso personale. Insomma, uno spirito libero che oggi potrebbe rappresentare una buona parte di tutti noi; l’unico errore che fece fu nascere nel secolo sbagliato. Nato a Montereale Valcellina nel 1532 circa, vi passò quasi tutta la vita fino al triste epilogo. Se oggi le sue idee possiamo condividerle, in quel periodo la faccenda era del tutto diversa. Sebbene facesse il mugnaio e vari altri mestieri, era riuscito ad istruirsi e insegnava a leggere e a fare di conto al resto dei cittadini del suo piccolo paese, tanto da essere stimato e ricoprire il ruolo di amministratore dei beni della chiesa e nel 1581 podestà del comune. Aveva solo una persona contro: il parroco, un prete che cercava di rinnovare la vita religiosa secondo i dettami del concilio di Trento. Le voci che circolavano su quest’uomo non erano però le più lusinghiere, cercava spesso la compagnia delle donne tanto da importunare anche le figlie di Menocchio. Presto i due arrivano a questionare e il pievano lo denunciò segretamente al vicario generale di Concordia nel settembre del 1583. Menocchio venne immediatamente arrestato e fu interrogato quattro volte tra febbraio e maggio del 1584, dove confessò ampiamente le proprie convinzioni e accettò di abiurare. Nonostante alcune eresie comportassero la morte al primo processo, alla fine di maggio venne condannato al carcere perpetuo e ad altre pene minori. I parenti di Scandella e i compaesani si rivoltarono contro il pievano, e pensarono bene prima di denunciarlo all’Inquisizione come eretico e protettore di eretici, e successivamente cercarono di ucciderlo durante la festa popolare di San Giovanni il 24 giugno. La situazione esplosiva fece si che due anni dopo Domenico ottenne il domicilio coatto a Montereale. La storia sarebbe potuta finire qui se Menocchio fosse stato un uomo disposto a mantenere il silenzio sulle sue idee, ma non era nel suo carattere e cosi tornò a lavorare al mulino e a suonare alle sagre, portando d’inverno l’abitello degli eretici sotto gli altri vestiti. Nel 1590 fu rieletto perfino amministratore dei beni della chiesa, fu l’ultimo episodio felice della sua vita. Denunciato una seconda volta,  il 7 marzo 1596, venne messo sotto processo dal nuovo inquisitore fra Girolamo Asteo nell’ottobre del 1598. Pur di fargli dire i nomi dei suoi complici eretici venne a lungo torturato, senza che un solo nome trapelasse, cosi come recidivo venne condannato a morte l’8 agosto dal vescovo di Concordia e dall’Inquisitore, pochi giorni dopo venne bruciato vivo a Portogruaro dal provveditore veneziano. Fu l’ultimo rogo acceso in Friuli, l’ultimo orrore concesso al tribunale del Sant’Ufficio.

Tratto da: L’ inquisizione del patriarcato di Aquileia e della diocesi di Concordia. Gli atti processuali, 1557-1823

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