La congiura dimenticata

Venezia nel Trecento fu scossa da numerosi eventi drammatici, tra i quali la peste e la guerra con i genovesi. Ma ci furono anche problemi interni, come non dimenticare la famosa congiura Tiepolo-Badoer-Querini del 1310 o quella del doge Marin Falier del 1355. Pochi però sanno che ce n’è fu una ulteriore accaduta in quegli anni, molto meno famosa, ma non per questo meno tragica.

congiura-al-castello

La congiura

Nell’agosto del 1373, nel pieno della guerra dei confini con Padova, il tribunale di Torcello aveva scoperto che una brigata di uomini, circa ottanta, capitanati da un prete, tale Zane di Lugignano, avevano cospirato per mesi assieme ai Signori di Padova. I padovani avevano promesso una ricompensa di 170 ducati d’oro a persona se il piano fosse riuscito. Ma in cosa consisteva questo fatidico piano? L’obiettivo era di mettere a ferro e fuoco le podesterie di Torcello e Murano prima di arrivare a Venezia, per farlo si erano organizzati veri e propri raid lungo quel tratto di laguna, il cui scopo era quello di fare razzia di animali, catturare ostaggi e fare bottino. Passare con le barche tra San Felice, Amiana e Torcello era diventato un vero inferno. Ma queste scorribande non riuscivano ad ottenere il risultato voluto a causa dell’attenzione da parte del Dogado che continuava a controllare le varie “palade” ovvero le entrate e le uscite della laguna. Nel caldo mese di agosto il piccolo esercito privato del pre’ Zane si era congiunto con un drappello di soldati padovani capitanati da Giovanni di Firenze, questa volta puntavano direttamente a Torcello. Fortuna volle che fossero intercettati dal podestà Francesco Malipiero che assieme ai suoi soldati in una breve battaglia, riusci a mettere in fuga i padovani e a far prigionieri i principali capi della congiura. Dopo una veloce indagine i cospiratori vennero tutti arrestati e portati nelle prigioni di Torcello. Il processo inquisitorio, a seguito di una breve fase istruttoria, riconobbe colpevoli cinquanta persone. Pre’ Zane fu annegato nella acque della laguna, chiuso in una gabbia. Giacomo e Pietro, fratelli del prete, assieme ad un altra decina, furono impiccati. Gli altri per la maggior parte morirono in carcere, alcuni ancor prima di vedere la fine del processo. La Serenissima era salva. Un episodio dimenticato della Laguna Nord.

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