La storia di Filomena Pasini Doria

Filomena Pasini Doria era nata nel 1867 in una famiglia di pescatori, per guadagnarsi da vivere svolgeva il mestiere di governante nella casa di un tenente delle guardie doganali alla Giudecca. La casa del tenente era frequentata da alcuni giovani, tra i quali una guardia, Vincenzo Linzi, originario dell’isola di Murano. Il Linzi aveva 22 anni ed era un bel ragazzo. Per il tenente faceva da gondoliere quando bisognava portarlo da qualche parte. Da cinque mesi vedeva quella ragazza per casa e ne rimase infatuato. Cosi iniziò a chiederle di uscire. Con pazienza Vincenzo aspettava che lei si decidesse ad accettare; il tempo passava e lui cominciava a farsi più insistente. Troppo insistente. Filomena allora si decise a dirgli che solo dopo venti giorni di corteggiamento lui pretendeva da lei di fare l’amore, quando per lei la verginità era tutto ciò che il suo stato sociale le offriva. Se l’amava veramente l’avrebbe aspettata. Al ventiduesimo giorno Vincenzo fece a modo suo e con una scusa la portò in una zona appartata dove cercò di abusare di lei. Un tentativo che, per fortuna di Filomena, non ebbe successo ma sufficiente per riferire tutto a sua madre, Antonia Pasini Doria.

casa_semindipendente_in_vendita_a_venezia_giudecca_96635301441712682Il fatto era grave ma la madre le spiegò che date le loro povere condizioni e lo stato invece della giovane guardia, conveniva non sporgere denuncia e proseguire come nulla fosse successo. Forse la storia sarebbe finita lì se non fosse che Vincenzo, ferito nel proprio orgoglio per essere stato rifiutato, iniziò a insultare Filomena per strada: “Brutta Carbonera, spuzzolente, vammi lontana dagli occhi, vigliacca”. Ai suoi colleghi aveva raccontato che quella giovane non era più vergine da un bel pezzo. Ma non gli bastava. Domenica sera del 21 maggio 1888, verso le otto, come sempre Filomena era seduta fuori della porta di casa. Altre donne di quel palazzo erano li sedute a chiacchierare mentre i bambini giocavano spensierati sulla fondamenta. Vincenzo con passo deciso camminò lungo la strada superando senza degnare di uno sguardo la ragazza. Per un momento Filomena pensò che forse era tutto finito. Si sbagliava. La guardia dopo pochi passi tornò indietro, Angela Sambo, una donna seduta vicina a Filomena, le disse di andare di sopra velocemente, il ragazzo cercò di entrare anche lui ma fu bloccato sulla porta dalla donna.

“Qua no se passa, perchè qua alla fin dei conti so parona de casa anca mi. L’altra sera el me ga fatto paura abbastanza, go ste do creature tutte do spasemade”

Dalla fondamenta arrivò il capo guardiano della Casa di Pena che fu fermato da alcune delle donne presenti, si avvicinò a Vincenzo e ricordandogli il suo grado e l’autorità gli ordinò di allontanarsi immediatamente da quella casa. Vincenzo, dopo l’ordine se ne andò nell’osteria “Alla Pace”, non troppo distante da lì.

Si sedette al tavolino e ordinò una caraffa di vino. Sorseggiò alcuni bicchieri e cominciò a pensare. Poi a voce alta, perchè sentissero tutti, disse che si sarebbe recato da sua madre a Murano.

Ma non era quello il suo pensiero. Tornò sui suoi passi e giunto vicino al balcone di Filomena la vide che stava parlando con la sua amica Maria.

Da sotto la giacca estrasse la sua rivoltella d’ordinanza e le sparò. L’agitazione, la distanza e la scarsa mira salvarono da morte certa le due donne che corsero dentro casa, meno fortunata fu la madre che si trovava ancora seduta all’entrata assieme al marito. Visto la scena entrambi si alzarono e cominciarono a correre lungo la fondamenta ma Vincenzo sparò ad Antonia.

Colpita lanciò un urlo e fece alcuni passi verso il Ponte Lungo prima di cadere a terra. Nel mentre gli spari e le urla avevano messo in agitazione i residenti e alcuni uomini si erano avvicinati alla donna. La presero e la portarono in un’osteria dove le fecero bere un bicchiere di marsala, poi la caricarono su di una gondola e la portarono in ospedale.

Filomena e Maria tremanti erano ancora in casa, avevano sentito gli ultimi spari e le urla di Antonia. Aspettarono ancora e poco dopo Maria si affacciò al balcone ma non vide nessuno. Pensando che l’assassino fosse fuggito decisero di scendere, ma Vincenzo non era fuggito. Nascosto nell’ombra stava aspettando. Il destino a volte decide la vita e la morte a prescindere da come ce l’aspettiamo e così, quando le due donne parlarono fu Maria a scendere per prima. Vincenzo uscì allo scoperto puntò l’arma ma si rese conto che non era la donna che voleva uccidere. A questo punto non si può sapere quale fu il suo ultimo pensiero ma, mentre ragazza lo guardava supplicandolo di non ucciderla, lui si punto la rivoltella al lato destro della testa e premette il grilletto. Il colpo lo fece girare su se stesso e cadere a terra dove una pozza di sangue iniziò ad allargarsi. Forse in un istante aveva capito di non avere più speranza, di non avere più un futuro.

Finì così la vita di Vincenzo Linzi. Antonia ricoverata fu operata e le estrassero il proiettile, nei giorni successivi continuò a migliorare, per Filomena, invece, la vita poteva continuare con la consapevolezza di essere stata fortunata e di avere una nuova possibilità.

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