Antonio Boggia, serial killer nella Milano austriaca dell’Ottocento.

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Antonio Boggia

La Milano austriaca dell’Ottocento contava 250mila abitanti e si estendeva solo fino alla prima cerchia dei Navigli. Era uno straordinario laboratorio nel quale, in anticipo rispetto al resto del paese, ci si confrontava con le sfide imposte dalla modernizzazione. Era l’industria la grande protagonista della vicenda cittadina, e l’élite milanese avvertiva l’esigenza di aggiornamento culturale, di riforma dell’istruzione tecnica, di contatto con le capitali dell’innovazione al di là dei confini. Da questo fertile humus culturale cittadino nasceranno, dopo l’unità, le fortune della grande industria milanese

È in questa Milano che Antonio Boggia inizia la sua carriera di serial killer. Nato nel 1799 a Urio, sul lago di Como, si trasferisce giovanissimo a Milano dove diventa un piccolo imprenditore edile. Dopo alcuni traslochi si stabilisce definitivamente nella Stretta della Bagnera, un vicolo nel centro storico. Era un lavoratore rispettato da tutti, un parrocchiano fervente, con moglie e figli. 

I suoi omicidi vennero alla luce nel febbraio del 1860 quando Giovanni Maurier denunciò la scomparsa della madre, Ester Maria Perrocchia che abitava nello stesso condominio nel quale abitava anche il Boggia.

Le ricerche della donna durarono alcuni giorni senza successo, fino a quando il giudice Crivelli, incaricato del caso, trovò tra le scartoffie una vecchia denuncia per tentato omicidio di un contabile a carico di Boggia.

Secondo la denuncia, l’uomo aveva attirato il contabile Comi nel proprio magazzino nella Stretta Bagnera, con la scusa di farsi controllare dei conti. Mentre il contabile era chino sullo scrittoio, gli aveva assestato un forte colpo di scure alla testa, tramortendolo. Ripresosi dal colpo, il contabile era riuscito a scappare e a denunciare il proprio aggressore. Processato come colpevole e riconosciuto in stato di follia, Boggia era stato internato per alcuni anni in un manicomio. Si aggiunse poi la testimonianza di un condomino che, il giorno della scomparsa della Perrocchia, aveva visto il Boggia scendere le scale con sulle spalle una grossa cesta. Il giudice Crivelli, convintosi che il Boggia c’entrasse qualcosa con la scomparsa dalla donna, ordinò una perquisizione dell’intero caseggiato: il corpo di Ester Maria Perrocchia fu ritrovato murato in un sottoscala, mutilato delle gambe e della testa. Condotto sul luogo del ritrovamento, Boggia riconobbe la Perrocchia, confessò l’omicidio e ammise di averla uccisa con una scure.

In tribunale il “Mostro di Milano”, come fu presto soprannominato il Boggia, confessò diversi omicidi, tutti avvenuti nel centro storico, e per questo motivo l’uomo passò poi alla storia come il “Mostro della Stretta Bagnera”. La sua prima vittima era stata Angelo Ribbone, ucciso nel 1849 e derubato di 1.400 svanziche per “andare a farsi una bevuta”; il suo corpo fu effettivamente ritrovato nello scantinato della casa del “mostro” . Tra il gennaio e il maggio del 1850 poi, erano seguiti gli omicidi del venditore di granaglie Giuseppe Marchesotti e del bottegaio Pietro Meazza, sempre per motivi di denaro.

Durante la detenzione, Boggia si dichiarò malato di mente e affermò di aver sempre fatto ciò che la testa gli ordinava e di non riuscire a dormire dal forte dolore. Così spiegò l’omicidio della Perrocchia: “Mentre la donna parlava vidi la scure: mi colse l’estro e le vibrai un fortissimo colpo in testa”.

Voleva passare per pazzo, ma i giudici non caddero nel tranello, visti la premeditazione e il riscontro economico degli omicidi compiuti dal “mostro”. Anche nel caso della Perrocchia, infatti, si scoprì che la motivazione era stata il denaro.
Al termine dell’istruttoria, al Boggia saranno imputati quattro omicidi e un tentato omicidio, più svariate truffe. Il processo durò solo cinque giorni e alla fine la sentenza fu di condanna a morte. Nonostante i ricorsi in appello, sarà confermata l’impiccagione. In quel periodo però a Milano non vi era un boia di professione, e molti cittadini si offrirono volontari per togliere la vita a quest’efferato assassino. L’impiccagione avvenne il 18 novembre 1861 tra porta Ludovica e porta Vigentina: fu la prima condanna a morte nella nuova Italia unita. Il corpo di Antonio Boggia fu sepolto, mentre il cranio fu dato in custodia al gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore, che ne aveva fatto richiesta per studiarlo, ma con gli anni andò disperso.

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