Inquisizione a Venezia e la caccia alle streghe

Streghe e incantesimiStreghe, maghi e Venezia…quanto l’inquisizione pote’ agire nella città dei Dogi?

L’ufficio dell’Inquisizione in quasi tutti i paesi d’Europa ebbe principio sul finire del XII secolo e gli inizi del XIII, sotto il pontificato di Innocenzo III, e la sua origine si può dire che ripeta quelle delle due religioni: San Domenico e San Francesco, dalle quali sempre sortirono gli inquisitori. 

Un concilio tenuto tenuto ad Avignone nel 1200 aveva stabilito che ogni parrocchia si organizzasse una commissione composta da un sacerdote e da due o tre laici moralmente sicuri e culturalmente preparati: loro compito sarebbe stato denunziare tutti i parocchiani sospetti di essere passati all’eresia (Cardini-Montesano, La Lunga storia dell’Inquisizione: luci ed ombre della leggenda nera, Città Nuova 2007, p. 19)

A Venezia fin dal suo principio era composta da magistrati secolari ed affatto indipendente dalla Corte di Roma. Fin dal 1200 la Repubblica di Venezia, mediante concordati con la sede Apostolica eresse il tribunale dell’inquisizione. Nel 1248 eletto Doge Marino Morosini fu stabilito per decreto che fossero eletti dal doge tre uomini probi. Il 28 ottobre del 1410 il Maggior Consiglio decretò che spettasse ai Signori di Notte ad inquisire schiavi e servi che commettessero “fattuchierie” e “stregarie”, che potessero usare la tortura per conoscere la verità e che potessero fare il processo ma prima erano obbligati a presentarlo agli Avogadori. Il pontefice Nicolò IV desiderando di introdurre gli inquisitori ecclesiastici emanò la sua bolla del 28 agosto 1289, il Maggior Consiglio il 4 agosto dello stesso anno decretò che la Repubblica accettasse le calde e pressanti indicazioni del Papa. Fu istituito un inquisitore permanente che aveva giurisdizione non solo nel Dogado ma anche nella marca trevigiana e nel Friuli. Nel 1422 accorgendosi il Senato che l’eresia andava a cessare decretò di sospendere in tutta la provvigione al frate inquisitore dichiarando la spese superflua. Fino al XVI secolo gli inquisitori erano nominati dal generale della loro religione. Nel secolo successivo la santa inquisizione iniziò ad avere nuova autorità indipendentemente dal magistrato secolare, ma gli abusi, i molteplici innocenti torturati, costrinse la Repubblica a scegliere un inquisitore per città, affiancandolo ad un Savio all’Eresia. Non bastando, il Senato, di quando in quando, con decreto richiamava all’obbedienza gli ecclesiastici come l’8 marzo 1692 quando ai Rettori di Vicenza si richiamava a Venezia il padre Moretti inquisitore di Vicenza per essere severamente ammonito per lo scarso rispetto dimostrato nei confronti del Rettore di Bassano. Un grosso problema era la lunghezza stessa del processo, accadeva spesso che il rettore che iniziava a visionare il processo non lo vedeva concludere e il suo successore partecipava allo stesso senza avere cognizione di causa.

Il tribunale dell’inquisizione di Venezia era costituito dal padre inquisitore, dall’auditore apostolico

dal patriarca, dai savi all’Eresia, dal Commissario Consultore, dal procuratore fiscale, dall’avvocato, dal cancelliere, dal Censore e dal Capitano custode.

La procedura era la seguente, fatta la denuncia si citava il denunziante se non era segreto a comparire e ad offrire chiaramente sulla propria denuncia.

Poi si chiamavano i testimoni e se da tutto ciò si ravvisava fondamento nella denuncia allora lo si esaminava e se confessava lo si esortava a abiurare dandogli a seconda dei casi o qualche leggera penitenza o condannandolo alla galera o alla prigione o al bando talvolta alla morte, e ciò quando non voleva abiurare si adoperava anche la tortura per la confessione.

Le sedute del santo tribunale si svolgevano nella cappella di San Teodoro vicino alla canonica di San Marco, mentre le carceri del Sant’Uffizio dal Cinquecento erano state inserite in un ala di quelle dei Signori di Notte al Criminal a Palazzo Ducale.

Scriveva il Marin Sanudo nei suoi diari, 21 novembre 1518 “In questa matina, acadete in chiexia di san Jacomo di l’Orio, san Zane Digolado et san Simon profeta, fo a tempo di messa granda proclamà, per il piovan, da parte dil reverendissimo Patriarca nostro, cum sit li sia pervenuto a noticia che in questa contrà di SAn Jacomo di l’Orio è molte strige, però tutti chi sa et le conosse, sotto pena di excomunication, non volendo andar a testimoniar, vadino da li piovani a dir quello i sanno, et sarano tenuti secreti [XXVI, 217]

Scene-dInquisizione-Eugenio-Lucas-Velázquez-metà-XIX-sec.Ecco un esempio a Venezia…Succede verso la fine del febbraio del 1622. Il giorno 22 arriva una denuncia al Vescovo di Castello, la lettera è firmata dal nobile Girolamo Colonna figlio di Girolamo, residente a San Pietro di Castello. Nel testo si accusava di stregoneria tale Margherita. Nulla di strano, spesso alla base ci sono maldicenze e vendette trasversali. Ma questa non è una denuncia qualsiasi. L’accusata non è una donna del popolo, non è nemmeno una cortigiana che aveva rifiutato un nobile. Margherita è una suora, in particolare era una cappuccina riformata. La domanda principale che agita i funzionari è: come poteva una monaca essere considerata una strega ? Leggi il seguito su Dazebao 

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