Il percorso dei condannati a morte a Venezia tra antichi simboli e nuove interpretazioni

La pena di morte in Laguna è nata con Venezia ed è tramontata con essa. Nei secoli si può notare una variazione nei modi e nei tempi dell’esecuzione ma la costante è sempre stata quella di creare dei percorsi all’interno della città che iniziassero e terminassero a San Marco. Il percorso assumeva il significato di un rituale che serviva come esempio, ma anche come espiazione e le tappe erano segnate da simboli provenienti dalla terra santa.

Particolare Colonna di Santa Croce

Particolare della Colonna di Santa Croce

Presso i fondi del Consiglio dei Dieci e della Quarantia Criminal custoditi all’Archivio di Stato di Venezia sono descritti centinaia di casi che si conclusero con la pena di morte. Le pene inflitte per chi si macchiava di reati particolarmente gravi erano assai cruente e ritualizzate: esecuzione con percorso delle vie terracquee della città.
Il percorso iniziava da San Marco, dove si traduceva il condannato dalle carceri, un cercante della Scuola di San Fantin o dei Picai, scuola fondata per il supporto morale ed economico ai condannati, gridava un Pater Noster e una Ave Maria mentre il colpevole veniva condotto ad una chiatta che lo aspettava sulla riva del bacino di San Marco di fronte l’isola di San Giorgio Maggiore.
Sulla chiatta veniva legato ad un palo di berlina sopra un palco in legno, con una lunga catena assieme ad un carnefice e un bacino in metallo contenente delle pinze che venivano arroventate. Mentre un messo urlava da una imbarcazione la pena inflitta, durante il tragitto per il Canal Grande ad ogni traghetto con la tenaglia infuocata gli venivano inferti alcuni colpi sulla schiena. Il numero variava al variare della gravità del reato. La chiatta lentamente si dirigeva nei pressi del monastero di Santa Croce. Il monastero che si trovava dalla parte opposta della città rispetto a San Marco era anche il luogo di entrata per chi arrivava dalla terraferma. Giunti nei pressi del monastero un boia aspettava il condannato per tagliargli la mano valida. A Santa Croce, nei pressi di una colonna, un barbier dava precise indicazioni per tagliare la mano e chiudeva successivamente il moncherino dentro delle guaine di maiale al fine di non farlo morire subito dissanguato. La mano troncata veniva appesa ad una catena attorno al collo e mentre il messo continuava con la sua litania, il condannato iniziava il percorso per terra. Trascinato a coda di cavallo, veniva portato fino al luogo dove era stato commesso il delitto e gli veniva tagliata la seconda mano. Poi si proseguiva per San Marco : attraversando i vari ponti della città, al cavallo venivano legate delle stoffe sugli zoccoli in modo tale da non farlo scivolare. Tra atroci sofferenze la vittima era accompagnata da un corteo di monaci e dai congregati della scuola vestiti tutti di nero. Davanti a lui un uomo reggeva una croce sempre nera e si dirigeva verso le colonne della piazza. Tra le due Colonne un palco in legno appositamente costruito attendeva la vittima che salita i gradini, veniva preso in consegna dal boia. Qui veniva decapitato, infine, squartato. I quarti andavano esposti uno sulla strada per Padova, uno sulla strada per Mestre, uno sulla strada per Chioggia e infine, uno per quella di Lido. La testa, invece, restava esposta su una picozza in Piazza San Marco.
Secondo il diarista del cinquecento Marin Sanudo la prima donna a subire questo supplizio si ebbe il 3 agosto del 1521 mentre secondo le cronache del Settecento l’ultimo fu Giovan Battista Piantella il 1 febbraio 1710 more veneto, sebbene ancora nel 1758 fu proposta per il caso di Millevoi e poi per grazia ricevuta gli furono tolti i tormenti. In seguito ci si limitava alla decapitazione e con la caduta della Serenissima le pene di morte si eseguirono nei pressi del monastero di San Francesco della Vigna per fucilazione.
Proprio in funzione della “spettacolarizzazione” dell’evento e del significato intrinseco che si voleva attribuire, il governo della Serenissima di Venezia aveva deciso di inserire una simbologia molto particolare lungo il percorso.

Il simbolo dei pilastri acritani di San Marco

Particolare dei pilastri acritani in Piazza San Marco

Due grosse colonne di porfido dette pietre del bando erano state poste a San Marco e a Rialto. Su queste si urlavano i bandi emessi e venivano lette le sentenze. I due luoghi rappresentavano il potere politico e quello commerciale ed erano ovviamente anche quelli maggiormente frequentati. Il bando, pertanto, veniva sentito dal maggior numero di persone. Poi veniva attaccato sulle porte delle principali chiese della città.
Le pietre del bando sono presenti nelle maggiori città italiane e spesso al disopra venivano infisse le teste tagliate ai criminali contumaci condannati a morte. In questo modo si ottenevano due risultati: da una parte controllare l’identità del criminale per pagare poi la taglia, dall’altra mostrare al popolo l’efficacia della giustizia. Nel caso di Venezia invece la testa veniva infissa in una picozza sempre in Piazza San Marco, non troppo distante dal patibolo.
La prima colonna del bando a San Marco secondo le cronache proveniva da Acri a seguito della Quarta Crociata ed era già usata in quella terra con il medesimo significato. Probabilmente anche il tronco di colonna a Rialto aveva la stessa provenienza ma in aggiunta nel 1541 lo scultore Pietro da Salò fece una statua di un uomo in ginocchio conosciuto come il «Gobbo di Rialto».
Secondo la cronaca Barba presente nella biblioteca Marciana (Classe VII, Cod. 66 della Marciana) si afferma che: «Jera costume in Venetia che, quando era terminato un per ladro, over per altro, ad esser frustado da S. Marco a Rialto, li malfatori, come erano in Rialto, andavano a basar il Gobbo di pietra viva che tien la scala che ascende alla colonna delle grida; fu terminado che più questi tali non andassero a far tale effetto, et però fu posto in la colonna sopra il canton, sotto il pergolo grando in Rialto, una pietra con una croce, et uno S. Marco di sopra, aciò li frustadi vadano de cetero a basar la d. +, et fu posta a dì 13 marzo 1545».
Se i tronchi di colonna avevano la funzione quindi di aprire il rituale con la dichiarazione della pena, i pilastri detti “acritani” e il capitello a Santa Croce, rappresentavano l’inizio vero e proprio del calvario per il condannato a morte.
Durante l’Ottocento si era diffusa la teoria che i pilastri provenissero dal tempio di San Saba di San Giovanni d’Acri. Durante il 1256 si era accesa una diatriba tra veneziani e genovesi, quest’ultimi stanziati a Tolemaide. Entrambe le fazioni volevano il controllo del tempio. A seguito della vittoria dei veneziani questi decisero di spedire i pilastri ed altri oggetti a memoria del trionfo.
L’archeologo dell’Ottocento, Giovanni Davide Weber, fece uno studio approfondito degli ideogrammi e lo inviò al ricercatore Emanuele Antonio Cicogna il quale stava affrontando un’ opera ancora oggi considerata la più completa sulle iscrizioni presenti in città.
Secondo il Weber, i monogrammi della colonna verso il campanile sono interpretati come “A Dio sommo esauditore; A Dio supremo massimo”, mentre quelli dell’altra verso il palazzo, “A Dio sommo e salvatore”.
Il prof. Caliga, in uno studio del 1939, riteneva, invece, che i pilastri fossero di altra provenienza: essi sarebbero stati “corpi” di un’ “avamporta” delle mura di Tolemaide, portati a Venezia dai veneziani che li asportarono dalla città; opera di influssi vari, islamici e bizantini, eseguiti durante il regno di Emanuele Comneno (1158-1180) del quale si troverebbe il nome (in epigrafe non in monogramma) nei medaglioni ornanti il tronco dei pilastri.
Ma tra il 1977 ed il 1978 gli scavi di Saraçhane fecero scoprire un grande capitello di pilastro, oggi presso il Museo Archeologico di Istanbul, le cui forme, dimensioni e decoro apparvero in tutto e per tutto identici a quelli dei pilastri veneziani, smentendo le molte fantasiose ipotesi del passato .
Gli studi hanno dimostrato, che i pilastri sono stati trasportati a Venezia dopo la conquista di Costantinopoli del 1204. La provenienza era la basilica di San Polieucto (greco: Ἅγιος Πολύευκτος, Hagios Polyeuktos), un’antica chiesa eretta nella capitale bizantina negli anni 520 dalla nobile Anicia Giuliana e dedicata a san Polieucto.
Già nell’Ottocento si erano accorti, però, che nei pressi dell’area dove sorgeva il monastero di Santa Croce e dove erano sorti i Giardini Papadopoli vi era incastonata una colonna con un capitello con una simbologia del tutto simile ai pilastri acritani. Secondo la tradizione era proprio davanti a questa colonna che il condannato subiva il taglio della mano più valida.
Il capitello, ancora oggi ben visibile, si fregia da un lato di una croce bizantina e dall’altro di un’iscrizione particolare. Per alcuni studiosi si tratta delle lettere TIKHIL intrecciate in maniera stilizzata, Tikhil è il nome di una città della Russia sud-occidentale che per secoli è stata legata alla chiesa armena, i quali giunsero a Venezia dal Caucaso, proprio attraverso Tikhil. Un’altra interpretazione è che si tratti invece dell’Ankh, cioè la croce ansata, che trae le proprie origini dalla radice “ansa”, che significa “risorgere”. La doppia croce somiglia ad una H maiuscola, e simbolicamente la lettera H è il simbolo ermetico della Resurrezione. E non a caso questo capitello si trovava nella perduta chiesa di Santa Croce, croce che è simbolo appunto della resurrezione di Cristo.
Si può avanzare una ulteriore interpretazione, i veneziani incisero il monogramma su di un capitello proveniente dalla Terra Santa e lo incisero come simbolo di un patibolo, forse voluto simile ai monogrammi dei pilastri acritani ma creato appositamente per segnare il percorso. Un ulteriore simbolo di questo percorso è rappresentato da una testa di porfido che era collocata nell’angolo sud-ovest della balconata superiore di San Marco, rimossa nel 1974 e attualmente all’interno del museo della basilica. Una testa che simboleggiava anch’essa quasi sicuramente la pena di morte che si infliggeva in quel luogo ed ancora una volta molto probabilmente di provenienza da Costantinopoli.
Indipendentemente dall’origine di questi manufatti e dal loro reale primo utilizzo rimane suggestivo pensare che Venezia li utilizzasse come simboli di un percorso per i condannati a morte i quali attraverso facebook_-693242954la loro sofferenza avrebbero espiato le loro colpe e sarebbero potuti quindi formalmente rinascere.
Frutto della volontà di unire la simbologia ad una sorta di propaganda politica del potere della Serenissima di vita e morte sui propri sudditi.
Un percorso molto simile a quello che nella mentalità medievale veniva offerto ai morti nell’inferno dantesco. Un vero e proprio girone attraverso le vie d’acqua e di terra.

Bibliografia:

DEICHMANN F.W., I pilastri acritani, in Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia 50 (1977-1978) [1980], pp. 75-89.
GREENALGH M., Marble,past,monumental present. Building with Antiquities in Mediaeval Mediterranean, Leiden- Boston 2009, pp. 421-439.
LORENZETTI, Venezia e il suo estuario, Trieste 1963.
MIOZZI E., Venezia nei secoli, la città, VENEZIA, 1957, vol.I.
PERRY M., Saint Mark’s Trophies: Legend, Superstition, and Archaeology in Renaissance, in Journal of the Warburg and Courtauld Institutes 11 (1977), pp. 27-49.
TIGLER G., I pilastri «acritani». Genesi dell’equivoco, in Florilegium artium, Scritti in memoria di Renato Polacco, Padova, pp. 161-172.
WEBER G.D., Weber ad Emanuele Antonio Cicogna intorno alle Colonne akritane e loro monogrammi esistenti dinanzi la cappella di San Giovanni della chiesa di San Marco di Venezia, 1826.

Annunci

Una risposta a “Il percorso dei condannati a morte a Venezia tra antichi simboli e nuove interpretazioni

  1. Pingback: Omicidi ai tempi della Serenissima: breve itinerario noir a Venezia - Travelling with Liz·

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...