Brescia 1772, Dominio Veneto: la nobile dama assassina Daria Emili

Brescia 1700Il 31 agosto 1772, la giovane e nobile dama Daria Emili scaricò la pistola contro il fratello, il canonico Lodovico Emili. Gli Emili erano una nobile famiglia di Brescia. Erano nobili rurali compresi nella matricola Malatestiana del 1406, e fino al 1496 si erano fregiati degli onori comitali per l’investitura imperiale. Figuravano tra gli ottimati bresciani firmatari del patto di unione con Venezia del 1426. Patrizi originari ascritti al nobile Consiglio di Brescia prima della serrata del 1488, avevano anche goduto gli onori del patriziato a Verona. Ebbero fondi a Montirone e Acqualunga e il loro casato si estinse dopo il 1796. Ai nobili Emili appartennero due eminenti canonici: Lodovico, ucciso dalla sorella Daria, e Giuseppe, i quali ebbero un ruolo determinante nella controversia fra i nobili di Borgo, capeggiati dall’allora curato don Scarpari e il Capitolo della Cattedrale. Oggetto della contesa era la cascina Emilia, che fino al XV sec. era stata, unitamente alla cascina Bona, proprietà unica. Più tardi quando il Capitolo della cattedrale aveva frazionato il fondo, la cascina era stata data ai nobili Emili in enfiteusi. La cascina Emilia è, ancora oggi, un interessante complesso agricolo, ristrutturato recentemente dai nuovi proprietari, con due case padronali. Accanto al palazzetto, di origine tardo cinquecentesca, esiste una piccola chiesa, un tempo oratorio, dedicata a San Gaetano da Thiene. La famiglia Emili di Brescia, nel 1772, era composta dalla madre, il figlio don Lodovico, canonico, e due sorelle nubili. Il capo famiglia dunque era don Lodovico. La madre lo adorava, ed era fiera della sua carriera ecclesiastica. Le due sorelle, Beatrice e Daria, ormai zitelle, vivevano anche loro della luce riflessa del fratello. Tra le due sorelle, Daria era quella più strana e particolare. Di salute malferma e di carattere taciturno e inquieto, mal sopportava la sua noiosa vita. Tutte e tre le donne dipendevano dal giovane canonico, e tutto il loro mondo era sotto l’occhio vigile e severo del figlio e fratello prete. Tutto cambiò la sera del 30 agosto 1772. La famiglia era riunita, come il solito, per la cena. All’improvviso sorse un violento alterco tra Beatrice e la madre. Nella foga la ragazza superò i limiti e la offese malamente. Il fratello Lodovico intervenne d’autorità, zittì la sorella e la colpì al viso con un sonoro ceffone. E, forse, quel ceffone non era proprio il primo. Daria, da parte sua, all’inizio assistette in silenzio senza proferire parola e continuando a mangiare la sua cena. Poi però, dopo il ceffone, prese le parti della sorella osando contraddire il fratello e dando voce a tutta la sua repressa tristezza e noia. Da anni lei e Beatrice sopportavano quel fratello dispotico, che tra l’altro non era stato nemmeno capace di concludere per loro un buon matrimonio, lasciandole ammuffire in casa come delle vecchie zitelle, curandosi solo della sua carriera ecclesiastica. Nella mente di Daria quella sera scattò qualcosa, e dopo aver osato ribellarsi al fratello, lasciò la cena a metà e si alzò da tavola ritirandosi nella sua stanza, con grande scandalo di tutti. La ragazza passò tutta la notte insonne, e nella sua mente si chiarì un’atroce decisione. Appena si fece giorno, sgattaiolò fuori dalla sua camera e rubò una delle pistole del fratello. Di nascosto, la consegnò a una sua domestica, ordinando di farla caricare. Passò poi tutta la giornata a letto, apparentemente senza forze e febbricitante. Alcuni amici di famiglia passati a salutare (forse chiamati dalla madre preoccupata), la visitarono e la invitarono a riappacificarsi con la madre e con il fratello. Stranamente anche il fratello Lodovico si trovava a letto malato, quel giorno. Appena fu lasciata sola, Daria prese la pistola, uscì dal letto e si diresse verso la stanza di Lodovico. E malgrado ci fosse un amico comune in visita, entrò e con fredda ferocia scaricò la pistola sul fratello che morì sul colpo. Una volta compiuto l’omicidio, Daria non si perse d’animo. Aveva già preparato dei bagagli, fuggì da Brescia. Fu bandita sotto pena di morte. Per ben sei anni riuscì a fuggire la giustizia, probabilmente aiutata dalla sua stessa famiglia, ma alla fine fu presa. I parenti allora, puntarono sull’infermità di mente, rilevando come la ragazza fosse “non mai (stata) sana di mente, e ora (fosse) affatto istupidita”. Chiesero che le fosse risparmiata la vita e fosse seppellita “per effetto di grazia” in un carcere perpetuo. La loro richiesta fu esaudita. A cura di Lara Pavanetto

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