Assassine: Maria Elena Tiepolo Oggioni, Sanremo1913

La Signora Il 1913 è l’anno del suffragio universale, del patto Gentiloni, della guerriglia in Libia; è l’anno in cui entra in vigore il testo definitivo di procedura penale. L’8 novembre 1913, la contessa Maria Tiepolo, moglie del capitano Carlo Ferruccio Oggioni, uccide l’attendente del marito, il bersagliere Quintilio Polimanti. La contessa era nata a Venezia nel 1879.

Era figlia del conte Giandomenico, un alto magistrato, che nel 1890 fu trasferito al tribunale di Camerino dove portò tutta la famiglia. Maria Elena aveva accusato fin da piccola un equilibrio psichico instabile, tanto che i medici l’avevano diagnosticata come isterica. Era anche soggetta a crisi epilettiche. Tuttavia crebbe bene e studiò regolarmente. A vent’anni conobbe un bello e brillante ufficiale dei bersaglieri, Carlo Ferruccio Oggioni e se ne invaghì subito.

I due si sposarono nel 1901, sfilando sotto l’arco delle sciabole sguainate dei colleghi dello sposo. Poco dopo le nozze, Carlo Oggioni fu trasferito in Somalia e Maria Elena lo seguì. Nacquero i due figli della coppia, Gianna e Guido. Il tenente Oggioni fece carriera, conquistò i gradi di capitano e nel 1913 rientrò in patria, assegnato al reggimento Bersaglieri di Sanremo, dove si trasferì con tutta la famiglia.

Quando fu ucciso dalla contessa Tiepolo, l’attendente Quintilio Polimanti, nativo di Monsampietro Morico nel Piceno, stava per essere congedato. Maria Elena, aveva subito detto che “l’ordinanza aveva tentato di penetrare nella sua camera da letto e di recarle violenza, ed essa, armatasi di rivoltella, aveva sparato contro di lui uccidendolo”. Legittima difesa dunque. Ma i giornali, maliziosi, misero subito in risalto il fatto che la signora “è bellissima”, e l’attendente “era un bel giovane, alto, capelli biondi e ricciuti”.

Due dati dai quali i lettori potevano trarre una conclusione certa, e cioè che tra i due qualcosa ci fosse. Il 29 aprile 1914, inizia, alla Corte d’Assise di Oneglia, il processo. Difende la contessa l’avvocato Orazio Raimondo, socialista, eletto da qualche giorno deputato. E l’avvocato Raimondo sostiene la linea della legittima difesa. Così la contessa racconta i fatti: “In quella mattina mi sentivo poco bene, perché avevo trascorso quasi tutta la notte insonne. Verso le dieci udii suonare alla porta e andai ad aprire. Era l’attendente che accudiva alla stalla, non il Polimanti. Questi era fuori, perché era andato ad accompagnare a scuola i bambini. In lui mi imbattei più tardi, quando mi alzai per recarmi in cucina. Il Polimanti mi si avvicinò per abbracciarmi dicendomi che mi voleva bene. Lo respinsi ritirandomi nella mia stanza, dove mi rinchiusi. Allora egli tentò di farsi aprire, battendo alla porta. Non risposi e mi gettai nuovamente sul letto; ma tosto venni alla risoluzione che bisognava finirla: rimanendo avrei fatto del male, e decisi di preparare le valigie e partire subito […..] Non credendo che il Polimanti avrebbe ripreso l’assalto, aprii, e mi trovai faccia a faccia con lui che, stringendomi tra le braccia, mi disse “Devi essere mia, è troppo tempo che lo voglio”. Io resistetti a lungo […] riuscii a cacciarlo fuori dalla stanza, poi impugnai la rivoltella che trovavasi nel cassetto del canterano, e la puntai contro Polimanti e dissi “Se non ve ne andate, sparo”. Egli mi venne incontro a braccia aperte, dicendo “Io non ho paura”. Allora feci scattare l’arma e il giovane, colpito alla faccia, dalla quale vidi sprizzare il sangue, cadde”.

Legittima difesa, dunque, per difendere appunto il proprio onore e quello del marito. Ma l’accusa reperì tre cartoline della contessa e una lettera scritta dal Polimanti, che provavano come tra la signora e l’attendente vi fosse stata una relazione. Saltò fuori un medaglione con la fotografia e la ciocca di capelli della donna, che Quintilio aveva più volte fatto vedere ad alcuni commilitoni.

Infine, non c’era assolutamente prova che nella camera da letto ci fosse stata alcuna colluttazione tra i due. E la contessa non aveva nessuna, anche piccola, ecchimosi. Con grande scandalo, poi, si seppe che la contessa era incinta. Perse spontaneamente il bambino mentre era in carcere, ma questo nuovo fatto sembrò essere il movente perfetto: Maria Elena Tiepolo aveva voluto liberarsi del Polimanti, affinché l’uomo non sollevasse scandali rivelando che l’aveva messa incinta, e per riavere il medaglione compromettente. Si accertò che il capitano Oggioni da cinque anni praticava “sistemi di maltusianesimo” per evitare che la moglie restasse gravida, dunque fu chiaro come il bambino fosse dell’attendente. Furono chiamati centocinquanta testimoni, che risultarono tuttavia di scarsa utilità. Nel frattempo sparì il famoso medaglione e non fu più ritrovato. L’accusa, denunciò la forte ingerenza del potere militare e l’opportuna sparizione del compromettente medaglione.

Il 2 giugno 1914, con una giuria divisa a metà, come l’opinione pubblica, l’imputata fu assolta. Così, il giorno dopo il Gazzettino informava: “La folla assedia le gradinate, la loggia, ogni pertugio per il quale si acceda al palazzo di giustizia. Le donne hanno lasciato a mezzo le loro faccende di casa, gli uomini i loro affari e tutti si sono dati convegno davanti alle Assise..”. Alla lettura della sentenza, la bella contessa “terrea, sotto gli occhi ha due lividi profondi, veste di nero come al suo primo ingresso”, svenne, sommersa da uno scrosciante applauso del pubblico presente.

A cura di Lara Pavanetto

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2 risposte a “Assassine: Maria Elena Tiepolo Oggioni, Sanremo1913

  1. Ciao, sono contenta che c’è qualcuno che si interessa anche alle donne assassine, visto che tutti pensano che i killer siano solo uomini. Volevo consigliarti di mettere qualche spazio nello scritto, nell’inizio magari di vari paragrafi, così si riuscirebbe a leggere tutto meglio. E solo un consiglio eh 🙂

    • Grazie! cercherò di seguire il consiglio. Io gli spazi li metto, forse poi è un problema di spazio del blog, ma farò presente. E’ vero! le donne assassine hanno poco spazio in generale……forse la loro figura non corrisponde in pieno alla figura femminile del nostro immaginario….

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