L’atroce assassinio di Lucrezia Dondi dell’Orologio

A cura di Lara Pavanello

Nella notte tra il 15 e 16 novembre 1654, a Padova, nel suo palazzo, nella sua camera da Pio Enealetto, fu brutalmente uccisa a rasoiate Lucrezia Dondi dell’Orologio, moglie del ricco e influente Pio Enea II degli Obizzi. Quando, attirata dalla urla strazianti della donna, la servitù irruppe nella stanza, Lucrezia era ormai in un lago di sangue, la gola recisa da una rasoiata. Grande fu lo sconcerto in città per questo orribile delitto. La donna, oltre al marito, lasciava tre figli: Ippolita, Roberto e Ferdinando.

Proprio Ferdinando, il più piccolo dei figli, la notte dell’omicidio dormiva nel letto della madre. Ed era stato lo stesso assassino a prendere fra le braccia il ragazzino addormentato, e a rinchiuderlo in una stanza vicina.

Nei giorni seguenti l’omicidio furono celebrati i funerali, e tutta la nobiltà assieme alla gente comune di Padova vi partecipò con grande commozione. A gran voce si chiedeva giustizia. Lucrezia fu seppellita nella Basilica del Santo, nell’antica cappella della Madonna, e un suo busto commemorativo fu esposto nella Sala della Ragione.

Furono subito indagati e arrestati alcuni uomini che avevano avuto dei duri contrasti con il marito della donna, ma non si giunse a nulla. Fu allora lo stesso marito di Lucrezia, che, vedendo arenarsi le indagini, iniziò a investigare per proprio conto. I suoi sospetti si incentrarono su una persona che frequentava da tempo la sua casa, un amico intimo del figlio Roberto: Attilio Pavanello. In casa sua fu ritrovato un fodero di rasoio compatibile con la lama spezzata rinvenuta sul luogo del delitto. Inoltre, il giovane aveva un profondo taglio sulla mano destra del quale non seppe dare ragione. Voci e testimonianze iniziarono a giungere alle orecchie di Pio Enea, sul fatto che Attilio si fosse invaghito di Lucrezia, a tal punto da tentarle violenza. Alla fine, egli si convinse che proprio Attilio era l’assassino della moglie. Così prese la decisione di denunciarlo all’Auditore di Ferrara. Il ragazzo fu arrestato e interrogato, ma non confessò mai il delitto. Era un nobile, non di altissimo rango, tuttavia aveva buone amicizie sia a Padova che a Ferrara e anche a Venezia. Alla fine, dopo cinque mesi di reclusione, fu rimesso in libertà.

Pio Enea visse questa liberazione come un’offesa personale all’onore della sua famiglia, e sospettò che dietro alla mano assassina del giovane ci fosse addirittura quella dei veneziani. Appena libero Attilio espatriò, temendo la vendetta di Pio Enea. Per tredici anni non mise piede nel territorio della Repubblica, fino al 1667. La mattina del 12 febbraio 1667, a Padova, Attilio Pavanello fu affrontato sulla strada che conduceva a Ponte Corvo, da Ferdinando, il figlio più piccolo di Lucrezia. Lo stesso che la notte dell’omicidio della madre, dormiva con lei nel letto. Con l’aiuto dei suoi uomini armati, egli trucidò colui che credeva l’assassino della madre a colpi d’archibugio e di coltello, e infine lo decapitò con la spada. Dopo l’omicidio, fuggì a Ferrara. Il padre, invece, fu arrestato perché ritenuto complice del figlio, ma dopo pochi giorni di prigione venne rilasciato e tutta la vicenda fu presto insabbiata.

Attilio Pavanello, fu frettolosamente sepolto in una tomba di famiglia nel chiostro della Basilica di Sant’Antonio, e per secoli, fino all’Ottocento, una spessa coltre di silenzio cadde sul suo nome e sull’intera tragica vicenda. Ma fu davvero Attilio l’assassino di Lucrezia? E poteva essere vero il sospetto di Pio Enea, che fossero stati i veneziani ad armarne la mano? Cosa nascondeva l’atroce delitto di Lucrezia Dondi dell’Orologio?

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