Una condanna capitale descritta da Charles Dickens

Tratto da: Cronaca Nera a Gubbio nella prima metà dell’ottocento, Dalla relazione di Fabrizio Cece tenuta il 31 marzo 2008 in occasione della X settimana della cultura, presso l’Archivio di Stato di Gubbio http://www.eugubininelmondo.com/CronacaNera800.html

MastroTitta21Il primo, Giovanni Vagnarelli, fu ghigliottinato l’8 marzo 1845 a Roma in via dei Cerchi: boia fu l’inossidabile mastro Titta.  L’eugubino aveva assassinato L’anno precedente una certa Anna Kotia, pellegrina proveniente dalla Baviera. Il Vagnarelli si era trasferito da Gubbio a Ronciglione (VT) e proprio in quella località fu stilato il processo.
L’episodio ebbe anche un risvolto – diciamo così – economico in quanto gli ufficiali incaricati della compilazione del processo si erano dovuti recare a Ronciglione e lì trascorrere alcuni giorni nella locanda di un certo Bissi. Questo Bissi aveva scritto al gonfaloniere di Ronciglione per chiedere il rimborso di sc. 10,50 quale spesa del vitto e dell’alloggio somministrati ai processanti. Il comune di Ronciglione, a sua volta, si era rivalso su quello di Gubbio, luogo di origine del Vagnarelli. Una volta appurato che il reo “non avea domicilio fisso in Ronciglione”, spettò “al luogo di nascita” il pagamento della predetta somma di sc. 10,50. Il comune di Gubbio pagò tale somma il 13 aprile 1847.
Da notare che all’esecuzione del Vagnareli fu presente nientemeno che Charles Dickens, lo scrittore inglese autore de: Il circolo Pickwick, Oliver Twist, David Copperfield.
Nella sua pubblicazione “Lettera dall’Italia”, Dickens ricorda l’esecuzione con un lungo paragrafo. Eccone una sintesi: “(…) Un sabato mattina (l’otto marzo), qui un uomo venne decapitato. Nove o dieci mesi prima, aveva rapinato per strada una contessa bavarese diretta in pellegrinaggio a Roma – da sola e a piedi, ovviamente – mentre compiva quell’atto pietoso, si dice, per la quarta volta. La vide cambiare una moneta d’oro a Viterbo, dove egli viveva; la seguì; le offrì la propria compagnia lungo il viaggio per quaranta miglia o più, con l’infido pretesto di proteggerla; la assalì, portando a compimento il suo inesorabile piano nella campagna, a brevissima distanza da Roma, presso ciò che viene denominata (senza esserlo) la Tomba di Nerone; la derubò; e la percosse a morte con lo stesso suo bastone da pellegrino. Era sposato da poco, e regalò alcuni dei beni della vittima alla moglie: dicendole che li aveva comprati ad una fiera. Ella, tuttavia, che aveva visto la contessa-pellegrina attraversare la loro città, riconobbe alcune chincaglierie che le appartenevano. Suo marito allora le raccontò ciò che aveva commesso. Ella, in confessione, lo riferì ad un sacerdote; e l’uomo fu catturato, entro quattro giorni dopo aver commesso il crimine.
(…) Dopo un breve lasso di tempo, alcuni monaci dalla detta chiesa furono visti avvicinarsi al patibolo; e sopra le loro teste, avanzando lentamente e tristemente, l’effige di Cristo in croce, bardato di nero. Questa fu trasportata attorno alla base del patibolo, fin sul davanti, e girata verso il criminale affinché potesse vederla fino all’ultimo. Era a malapena giunta a destinazione, quando costui apparve sulla sommità del patibolo, scalzo; le mani legate; e col collo della camicia tagliati fin quasi alle spalle. Un giovane uomo – circa ventisei anni – di robusta costituzione, e ben proporzionato. Pallido il viso; baffetti scuri e capelli bruni.
Apparentemente, aveva rifiutato di confessarsi senza prima fargli incontrare la moglie; così era stata inviata una scorta a prenderla, ciò che aveva cagionato il ritardo.
Si inginocchiò subito, sotto la lama. Il collo, posizionato in un foro, realizzato all’uopo in un ceppo orizzontale, fu serrato da un simile ceppo situato superiormente; proprio come in una gogna. Subito sotto di lui era una borsa di cuoio. E in questa la sua testa rotolò all’istante.
Il boia la teneva per i capelli, camminando tutt’intorno al patibolo, mostrandola alla gente, prima ancora di potersi render conto che, con un secco rumore, la lama era pesantemente scesa.
Quando ebbe fatto il giro dei quattro lati del patibolo, fu fissata in cima a un palo sul davanti – una piccola chiazza bianca e nera, che la lunga via poteva scrutare, e su cui le mosche potevano posarsi. Gli occhi erano rivolti in alto, come se avesse distolto lo sguardo della borsa di cuoio, e avesse guardato verso il crocifisso. Ogni colore e sfumatura vitale l’aveva, in quel momento, abbandonato. Era grigia, fredda, livida, cerea. Così era anche il corpo.

(…) Il corpo fu trasportato via a tempo debito, fu ripulita la lama, smontato il patibolo, e smantellato l’intero odioso apparato. Il boia: un fuorilegge EX OFFICIO (quale ironia sulla Giustizia!) che per la vita non osa traversare il Ponte di S. Angelo se non per svolgere il proprio lavoro: si ritirò nella sua tana, e lo spettacolo poté dirsi concluso.(…)”.

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