Il frate sepolto

Il frate sepolto

di Lara Pavanetto

ricostruzione della facciata della chiesa di San Giorgio, del monastero dei frati francescani di Noale, a cura di Giorgia Senno.Il 9 settembre 1550 il podestà di Noale, Francesco Malipiero, ricevette tramite lettera una sconcertante notizia: nel convento dei frati francescani di San Giorgio, sepolto ai piedi di una piccola scala di legno, era stato trovato il cadavere di un uomo. Il podestà inviò subito al convento il suo ufficiale, Stefano Montano, per vedere il cadavere ritrovato. All’epoca, il podestà di Noale soggiornava nella Rocca, all’interno del castello.1 Il convento di San Giorgio, uno dei due conventi2di Noale, si trovava fuori dal castello, nell’extra borgo, attuale Piazza XX Settembre, detto borgo verso Mestre. Oggi del convento purtroppo non rimane più nulla. Nel 1550, anno in cui svolge la vicenda, esso era costituito da un lungo fabbricato a due piani. Aveva ben trentaquattro locali, incluse undici “celle” per i frati, ma quell’anno il convento ospitava solamente otto frati.

Arrivato al convento, l’ufficiale del podestà fu accompagnato dal priore Francesco Pissato e dai frati tutti, in una stanzetta a piano terra, dove, ai piedi di una piccola scala di legno che collegava una camera sita al primo piano del convento con la sala del caminetto, era stato trovato il corpo. Nel suo rapporto, l’ufficiale scriverà di aver visto “vestigia exacavationis” tracce cioè dello scavo di una buca, fatta di recente. Tra la terra scrisse di aver visto per prima la testa di un uomo “unum caput unius hominis”, staccata dal corpo “separatam a corporis”. La testa era già in avanzato stato di decomposizione, ma resisteva ancora qualche ciocca di capelli. Sembrava la testa di un uomo. Nella stessa buca, ma sepolto un po’ più in profondità, quasi in verticale, c’era il corpo cui presumibilmente quella testa doveva essere stata attaccata. I resti di quel corpo indossavano quella che sembrava la tunica gialla3 di un frate, lacerata e consunta in più parti. L’ufficiale ordinò ai fraticelli di tirare fuori quel corpo senza testa dalla fossa e di spogliarlo. Furono tolti i vestiti e apparve un corpo nudo d’uomo, tutto insanguinato. Il fetore era tale, visto l’avanzato stato di decomposizione, che nessuno dei presenti ebbe la forza e lo stomaco per accertare quante ferite avesse quel corpo, oltre al taglio netto della testa. L’esame del cadavere finì così in tutta fretta e l’ufficiale diede il permesso ai frati di comporre il cadavere e prepararlo per una più degna sepoltura. Nella fossa furono trovate alcune cose di poco valore forse appartenenti alla vittima, e che lo qualificavano come un frate: una tunica gialla, un cordoncino, un libricino e una forchetta di ferro come quella che usavano i frati del convento, un pirone. Che il cadavere appartenesse ad un frate, era cosa sicura, ora però doveva essere formato il processo, bisognava insomma dare il via alle indagini e dare un nome alla vittima.

Essendo il convento territorio della Chiesa, il podestà, per procedere nell’indagine e poter interrogare i frati del convento, dovette prima contattare il generale dei francescani a Padova e comunicargli la scoperta del cadavere senza nome. Ma non fu facile per il podestà avere subito una risposta da Giovanni Giacomo da Montefalco, generale dei francescani. Questa arrivò solo il 22 settembre 1550. Il generale scrisse al podestà che sapeva di chi era il corpo ritrovato e di avere già avviato un’inchiesta interna. Inoltre lo informava che, proprio il giorno della scoperta del cadavere, il priore di Noale si trovava al Santo a Padova, in compagnia di fra’ Francesco da Monselice. Quest’ultimo era stato arrestato, proprio quello stesso giorno, a Padova, come complice dell’assassino, un certo fra’ Sebastiano da Montagnana, che a sua volta era già in carcere a Montagnana. La vittima era frate Giovanni cercante, da Asolo, il suo compagno di cella.

Il Generale dei frati francescani inviò a Noale per indagare sull’omicidio, maestro Daniele da Cremona. Il frate “detective” interrogò i confratelli del convento di San Giorgio. La sua inchiesta accertò che fra’ Giovanni cercante era stato ucciso nella sua cella, nel gennaio 1550. Il suo assassino, fra’ Sebastiano da Montagnana, con cui il cercante condivideva la cella, era un personaggio violento e trafficone, e tutti nel convento lo temevano. Egli aveva assassinato il cercante per rubargli qualche soldo, ma soprattutto perché non rivelasse i loschi traffici suoi e del suo amico fra’ Francesco da Monselice. L’omicidio era a dunque avvenuto ben otto mesi prima della scoperta del cadavere, e proprio nella cella che i due condividevano. Fra Sebastiano aveva accoltellato più volte il suo compagno poi, ne aveva occultato il corpo in una profonda buca scavata ai piedi della scaletta di legno che collegava la loro cella, posta al primo piano del convento, alla sala del camino. Prima di seppellire il corpo, lo aveva decapitato, temendo forse che il fantasma del povero cercante lo perseguitasse. Ma non solo. Per scavare la buca fra Sebastiano ci impiegò due giorni, due giorni e due notti durante i quali il corpo esamine di fra’ Giovanni rimase, nel sangue, adagiato sul pagliericcio nella cella dove dormì anche fra’ Sebastiano, in compagnia, appunto, del cadavere!

Fra’ Sebastiano se ne era poi andato dal convento a febbraio, ma il suo complice, fra’ Francesco, era rimasto lì, al convento. Gli altri frati avevano paura perché sapevano bene cosa era successo, e sapevano che egli era complice dei loschi traffici di fra’ Sebastiano e forse, addirittura, sospettavano che fosse complice dell’omicidio. Il frate guardiano Francesco Pissato escogitò allora un piano per risolvere quella triste faccenda e smascherare i colpevoli, affinché l’anima di fra’ Giovanni trovasse riposo, e il suo corpo potesse essere sepolto in terra consacrata. Un giorno di settembre, otto mesi dopo l’omicidio, portò con sé al Santo, lontano da Noale, fra’ Francecso, che proprio lì a Padova fu arrestato. I frati rimasti al convento, intanto, “scoprirono” il corpo sotterrato e avvertirono il podestà. Un piano preordinato, insomma, dal frate guardiano Francesco Pissato, per dare infine pace all’anima di fra’ Giovanni cercante. Il povero cercante faceva molta paura da morto. La sua era stata una morte violenta, non era stato sepolto in terra consacrata, la sua anima non aveva pace e il suo fantasma avrebbe potuto perseguitare per sempre i suoi confratelli.

1 Quando si parla del castello di Noale, si intende l’attuale area di Piazza Castello.

2 L’altro convento era quello delle suore benedettine e occupava l’attuale area dell’oratorio e delle scuole elementari.

3 Era la tunica da lavoro. Non era gialla, nelle loro testimonianze i frati probabilmente la definiscono gialla in quanto sporca.

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