Un processo commentato sul Boia di Venezia

La “Giustizia” di Venezia nel Settecento

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Pubblicato da : Dott. Massimiliano Molinari

Data: 18/02/2010


Ornella Cavazzoli  – Massimiliano Molinari

a Florindo Cavazzoli  padre e nonno esemplare

  Cortesi lettori, ciò che vi accingete a leggere non è un avvincente racconto giallo ma è un esempio duro e crudo di come veniva, veramente, amministrata la Giustizia nella Venezia del Settecento. La narrazione si snoda attraverso gli atti di un processo: leggerete dell’arresto dei presunti colpevoli e li seguirete sino… e non aggiungiamo altro per non togliervi il piacere della lettura. Dovete sapere che per la stesura dello scritto ci sono voluti due anni di giornaliera ricerca presso l’Archivio di Stato di Venezia perchè, trovare un processo integro e di tale interesse e decifrare calligrafie impossibili, non è stata un’impresa da poco ma, ciò che ci ha spinto a tale fatica, è stata la curiosità: volevamo appurare, con le nostre forze e non condizionati da letture altrui, se veramente la Giustizia della Serenissima era così “umana” se confrontata con quella esercitata negli altri Stati come è stato ventilato in parecchi testi.  Dobbiamo aggiungere che non dovrete stupirvi se non troverete una corposa bibliografia ma citati solo due codici penali ed un solo testo dell’Ottocento, infatti, per noi, ciò che deve parlare sono i soli fatti, in questo modo, anche i lettori potranno, autonomamente, giudicare.

La “Giustizia” di Venezia nel Settecento estrapolata dagli atti di un processo

Alle sei del mattino del 17 Maggio 1763, su ordine di Mattio Varutti, Capitan Grande, dietro “spiata” di una persona confidente, gli Sbirri fanno irruzione nella casa del Boia di Venezia, Antonio Preto e con lui arrestano anche le persone che si trovavano, in quel momento, a cenare, nella sua casa(1).

Rifferisco umilmente all’E.E. V.V. come col mezzo di persona confidente attrovarsi una truppa di persone che vanno rubando e che tutto portano a vendere al Boia, così in casa dello stesso fecci ritener tutte dette persone e fatta diligente perquisizione per la casa di esso, se li ritrovò settantatre fazzoletti di varie sorti, trè scatole di legno, una d’argento, due orologi d’argento, et altro fazzoletto con dentro tre camise da uomo e un commesso bianco(2); e perciò fecci ritener tutte dette persone e condotte nelli camerotti all’obbedienza di V.V. E.E., come pure fecci ritener anco il Boia e condotto nelli camerotti delli Eccellmi Capi Con.io di X.ci. Le persone ritente sono Antonio Palmarin, Piero Ballotta,Giovanni Maria Pisciuta, Rinaldo del Luocco della Pietà, Zuanne Sgualdini, Giovanni Maria Mellan, Vittorio Antonio del Luocco della Pietà, Marin Canao detto Naso, Anzolo Buttafuoco e Nane Colombo; tanto riferisco umilmente e col più profondo oseq.o m’inchino.

Mattio Varutti Capitan Grande(3)

Già dalla lettura della “rifferta”, possiamo presagire che ci troviamo di fronte, ad un processo decisamente interessante. In anni di letture processuali non c’eravamo mai imbattuti non solo in un processo completo, vale a dire dall’arresto degli indagati sino alla loro eventuale condanna, ma nemmeno in uno che mettesse in campo ben tre magistrature: i Signori di Notte al Criminal, i tre Capi del Consiglio dei Dieci e i tre Capi della Quarantia al Criminal(4). L’accusato di spicco è il Boia di Venezia, un “pubblico ufficiale” della Repubblica. L’imputazione a suo carico è infamante: essere contemporaneamente, capo di una banda di ladri “borsaroli” i quali avevano cominciato la loro attività criminale rubando, con destrezza, “per le scarselle” dalle feste del Doge e, ricettatore della refurtiva. Gli arrestati vengono portati, in stato di fermo, nei camerotti in attesa del primo  interrogatorio: ma mentre il Boia, essendo alle dipendenze della Serenissima, viene rinchiuso in uno di quelli di competenza dei tre Capi del Consiglio dei Dieci, i quali affiancheranno i Signori di Notte in tutto il di lui processo, gli altri inquisiti, invece, vengono segregati in quelli “utilizzati” dai Signori di Notte, competenti, tra l’altro a giudicare i reati di furto anche se, nell’emissione della sentenza, questi veranno affiancati dai N.N. H.H. Zaccaria Morosini e Angelo Gabriel Zanchi Capi della Quarantia al Criminal. I camerotti, dove i nostri, vengono tenuti in stato di arresto sono quelli, così detti, “all’oscuro”, al buio, senza pertugi atti a far passare la luce(5). I nostri vengono messi in questi cubicoli, divisi gli uni dagli altri, al fine di evitare collusioni, ma, in questi tristissimi luoghi non sono soli, bensì in compagnia di altri sventurati o anch’essi in attesa di giudizio od anche condannati con sentenza definitiva. Quest’ultimi, sopratutto non si facevano scrupolo di provocare disordini e scandali tanto che il capitano delle Forze, Zuanne Bottacin, in una “refertata” inviata ai Signori dice:

Due Marzo 1763

Ricoro al’questo Tribunalle del’e.e.v.v. io capitan Zuanne Bertacin, acciò rimediar possano à vari disordini, e scandili che nascono nel mezà serato di sue prigioni, che il loro nome si chiama Tita Fosse, Andrea Coseto, e Nicolò Suselan due di questi poco giovani e così à me pare il far notto al venerato Tribunalle acciò rimediar possino al poco rispeto che h ‘anno al’immagine sacrate; così lecelle.e v.v. con loro venerati comandi siolgier faranno li stessi, acciò non passino più oltre li scandali, contro le leggi divine et umane, come spero di ottener le Grassie.

Le persone stipate in queste “cellette” potevano arrivare anche a trenta ed indescrivibili erano le condizioni in cui versavano quei poveri cristi.

La permanenza nei pozzi era terribile e di ciò danno riprova tre lettere scritte: la prima di Zuanne Colombo, indirizzata al padre e da lui consegnata, fiduciosamente, ad uno dei guardiani delle carceri, per fargliela recapitare ed invece da questi, prontamente portata ai Signori i quali, dietro ballottazione(6), decisero di trattenerla e di conseguenza non giunse mai a destinazione ma fu messa in atti e ancor oggi, si trova diligentemente inserita tra le carte del processo; la seconda, scritta da Antonio Palmarin ed indirizzata alla sorella, che manco a dirlo, fece la stessa fine della prima, ed infine l’ultima, scritta dal Boia, ma, in questo caso, il destinatario non era un familiare bensì i tre Capi del Consiglio dei Dieci e, meraviglia, questa arrivò ma, guarda caso, non ricevette mai un riscontro.

1763 – 19 – Maggio

Compare avanti S.S. Ill.me alla Banca Antonio Maffaroli uno dè guardiani di queste Carceri, et espone che fù in questa parte chiamato alla finestrella del camerotto, nel quale esiste custodita la persona di Zuanne Colombo, dal quale fù pregato di portare lettera a Bartolo Colombo di lui padre, che però lui per sua delicatezza la presenta attendendo li comandi di S.S. E.E. se abbia a portarla o nò, et hoc dicens presentò una lettera comincia Car.mo, e termina 1763

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

1763 -19- -Maggio

Li Ill.mi Sig.i di Notte al Criminal tutti sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno terminato, che la lettera presentata da Antonio Maffarioli sia trattenuta in processo

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

Nel Bianco per la parte ——- 0

Nel Verde di nò ——– 6

Le trascriviamo tutte e tre perchè ci forniscono una testimonianza de visu su cosa fosse realmente la detenzione nelle carceri veneziane nel Settecento.

Carissimo Padre        1763 – 19 – Mag.o

…… per pietà son insopportabile stato di miseria che muoio dalla fame onde per pietà mandatemi qualche cossa quel che vol darmi al lator della presente e per pietà e per Gesù Cristi par atto di misericordia atendo qualche sollievo in amor di gesù cristo che son in un cameroto a scuro e sono due giorni che moro dalla fame onde per pietà movetevi a compassione di spedirmi qualche cossa e salutossomi di cuore con tutti di casa sua.

Vos.o Af.o figlio

Zuanne Colombo

Carissima sorella 28 Mgio

Carissima sorella io vi saluto di buon cuore salutando anche Elisabetta et anche mie sior Amie ed anche il Barba ed anche tutti della Toletta e vi prego di mandarmi una straseta di camisa da mudarme che li patroni mi variscono dalla rogna et anche vi prego di mandarmi uno straseto di petene da petenarme che mi vengono la tegna dalli pidocchi e anche vi prego di mandarmi quaranta soldi da pagar l’aggio acciochè non mi tormentano più e varate di farli a un poco a paromo ed anche vi prego per carità di mandar per qualche Cavalier di veder di farmi andar al Chiaro per carità ed anche vi prego di aiutarmi di qualche paneto che al Signor vela remunerarà al mondo dé là e vela mantegno che se vengo fora de sta miseria di far giuditio e di vardar di farmi omo e di tender al sodo e di non far più basilar nisuno e con questa ve auguro un felicissimo Anno salutandovi.

Carissimamente Antonio Palmarin vostro fedelissimo fratello.

Illmi, et Eccmi Sig.ri Capi dell’Eccmo Consiglio di Xci. La pietà, e carità inesplicabili dell’E.E. V.V. in ogni incontro sempre pronta à sollievo degli oppressi; massime quando questi sono tali per false calunnie, non per propria reità, ò colpa. In talle stato mi ritrovo io povero et infelice Antonio Preto ministro di questa Santa Giustizia, essendo il corso di mesi otto, che peno in questo camerotto, per aver ricevuto in pegno vari fasoleti da persone à me affato ignote, e in niun conto consapevole dell’esser suo, ma solo di vista, per esser state qualche volta in mia casa  à bere, e in tale incontro, non avendo soldi da soddisfarmi, mi lasciarono li detti fazzoletti in pegno. La dimora in questi infelici luogi à quel infelice stato di salute, e di forze mi abbia ridoto, lo provai pur troppo, quasi per mia fatal disgrazia, il martedì scorso, cioè li ventiquattro del presente mese, avendo dovuto per comando di questo Eccso Con.o, adempir il mio ministero nel far morir nella Pubblica piazza persona, à tal supplizio destinata da questa Santa Giustizia: mi ritrovai si debole di forze, e oppresso dall’aria e confuso dalla luce del sole, e dalla varietà d’oggetti, che non fù al certo altro, che l’assistenza di Dio, che mi diede coraggio, e forza di adempiere il ministero, e che non mi sia accaduta qualche funesta disgrazia si per me, e per quell’anima che doveva sacrificar la sua vita alla Giustizia di Dio, e del Principe. Ricorro genuflesso à questo Ecc.mo Tribunal implorando per atto di Pietà, e Carità in breve la mia desiderata libertà, conoscendo purtroppo per prova, che se continuo a dimorar in questi infelici luoghi, se non sacrifico la vita affato, mi pregiudico la salute e le forze, così che se dovendo per pubblici comandi adempir il mio ministero, di ritrovarmi in peggior stato di quello fui al presente. Fidato nella Pia Carità di V.V. E.E. e spero la mia redenzione, e conoscendo la mia innocenza. mi doneranno la libertà. Grazie

La lettura delle tre lettere ci ha lasciato trasecolati, ma non dovevamo rimanerne stupiti, in fin dei conti conoscevamo bene la crudezza della condizione carceraria settecentesca sia veneziana che non, ma un conto è leggerla nei libri ed altra cosa è sentirla descrivere da quei poveri sventurati che la stavano vivendo in prima persona. Ciò che ci ha maggiormente lasciato sconcertati, poi, è stato il comportamento opportunista e cinico tenuto dai Capi dei Dieci i quali non hanno esitato ad esigere, da un detenuto minato nel fisico e nel morale da ben otto mesi di detenzione in un camerotto al buio, l’espletamento del suo ministero di Boia. Che dire poi dei Signori di Notte, che d’innanzi alla disperazione dei due poveri Colombo e Palmarin, che chiedevano solamente che il loro grido di dolore fosse fatto giungere ai loro congiunti, chiediamo venia, ai lettori, per il termine, un pò sui generis, se ne sono bellamente, “fregati”. Giunge quindi evidente che, anche nel Settecento, il corpo giudicante, vuoi Signori di Notte, Quarantia e Consiglio dei Dieci, si ergeva come un semidio e giudicava la vita e le sostanze dei sudditi senza un minimo d’umanità ben sapendo di non dover rispondere, del proprio operato, a nessuno, forse neanche a Dio.

Nel nostro processo come in ogni altro, il passo successivo, all’incarcerazione, è la costituzione dell’imputato.

“ Gli Illmi Sig.i di Notte al Criminal sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno comminato che li sud.i ritenti siano de plano costituti ”

Il Costituto de plano non è altro che il primo interrogatorio. Gli imputati venivano “estratti” dal camerotto, in catene, per essere portati, “nel luogo solito delle Cantinelle”(7) alla presenza dei Signori  e del Nodaro, odierno Cancelliere, il quale, aveva l’incarico della formazione del processo; qui, uno dei Signori, nella duplice veste di Giudice ma anche di quella di Pubblico Ministero, iniziava ad interrogare il reo tenendo conto degli indizi contenuti negli atti , attenendosi solamente al fatto, alle circostanze emerse e anticipiamo non tenendo praticamente in alcun conto, le risposte ricevute; il verbale, controfirmato dal Signor interrogante, era redatto dal Nodaro. Il Giudice, in teoria, molto in teoria, con “ogni studio”, doveva cercare la verità sul delitto con distacco, senza utilizzare “inganni”, “frodi” o “pratiche diaboliche”, ma se il reo, protervamente, si sottraeva alle interrogazioni, o diceva di non sapere o di ricordare quelle circostanze, che ragionevolmente doveva conoscere, o se cercava di dissimulare il nome, padre, patria, questi era portato, senza indugio ai tormenti. E’ da notare che in tutte e due le Pratiche Criminali(8), sia in quella del Priori del Seicento che quella del Barbaro del Settecento, si parla sempre di “Reo” mai di presunto reo. Ciò dimostra come il sistema giuridico veneziano abbia come sua base il principio di presunzione di colpevolezza. Siamo nel sistema inquisitorio puro. Il processo è scritto e segreto, la figura del Giudice è dominante, assorbente le due funzioni dell’inquisizione e del giudizio e fanno capo a lei la ricerca, l’acquisizione e la valutazione delle prove: di fronte al Giudice-Accusatore non è concepibile una parità tra accusa e difesa, ne è realizzabile un contradditorio così definibile. Ad evitare che la preminenza dei poteri del Giudice-Inquisitore si risolvesse in mero arbitrio nei confronti del “reo”, a tutela di quest’ultimo (innocentem non condemnari) si elaborò una rigida disciplina delle prove (criteri di prove legali e formali), giungendosi, però, a subordinare l’affermazione di colpevolezza dello stesso, alla sua convinzione, ossia alla sua confessione e per conseguirla non si esitava a ricorrere anche alla tortura. La Giustizia, secondo il Priori, si serviva per acquisire la notizia di reato di tre atti d’impulso: la denuncia, la querela e l’inquisizione, alle quali il Barbaro ne aggiunge un altro, l’accusa, la quale poteva essere segreta o palese a seconda che l’accusante volesse o no essere reso noto. Nel processo da noi analizzato, la Giustizia è attivata grazie al quarto modo: l’accusa. L’accusa cade sopra i delitti pubblici quei delitti, cioè, che provocano allarme sociale e “mettono in ansia anche il Principe-Doge”. Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un accusa segreta, ciò lo si deduce dal fatto che, mentre in atti troviamo sia la “notizia di reato” che il nome dell’accusatore, tal Vincenzo Falconi, questo nome, invece, non appare nelle memorie difensive presentate dagli inquisiti. Nel Processo, il Capitan Grande afferma di essersi attivato per mezzo “della soffiata” di una persona definita “confidente”, alias spia che, guarda caso, non era altro che uno Sbirro alle sue dipendenze, proprio quel Vincenzo Falconi, il quale, come diremmo oggi, si mette ad indagare, sotto copertura, per conto del suo Capo al fine di sgominare una “presunta” banda di ladri borsaroli(9). Il Boia, invece, nel suo opposizionale, accuserà, senza mezzi termini e coraggiosamente, il Capitan Grande, Mattio Varutti, di averlo fatto arrestare e di aver fornito valenza a prove precostituite, al solo fine di sua  “maggior gloria”.

Che sopra la semplice propria opinazione in fatto fui rettento dal Vitio1(10) – Senza Decreto della Giustizia, senza la scorta della Legge “in fragranti”1(11), senza verun Leggale sospetto, per solo suo arbitrio, per darsi merito, per render famoso il suo arresto perchè si dica, ch’ Egli hà fatto una insigne scoperta, che hà rettento perfino il Ministro di Giustizia- in fatto hà Egli condotto per la Pub.ca Piazza li rettenti con li Orivolli et altri effetti, ch’esistevano presso di mè in pegno, come se fossero Furti, e Spoglie del suo valore.

Con la costituzione – interrogatorio del reo, inizia il processo. 1(12)

1763 – 17 – Maggio

Estratto fù e fatto venire al solito luogo delle Cantinelle l’infrascritto rettento uomo dell’età di anni 19 – come disse e dall’aspetto dimostrante, statura alta, carnaggione comune, capelli tagliati e biondi vestito con camisiola verdastra, comesso bianco, palagremo di canevassa, braghessa di tela beretina1(13), calze e scarpe, quale venendo in costituto de plano fù.

Interr: del di lui nome e cognome, padre, patria, professione e domicilio.

R.de: Piero Ballotta di Marco veneziano, facevo il Remer all’Arsenal, e abitavo in casa di Iseppo Mastella alla Bragora.

Interr: quando, dove, e da chi sia stato rettento, e se sappia la causa della sua rettenzione.

R.de: fui menato via ieri sera alle sei c.a. mentre ero in casa del Ministro di Giust.a con altri otto che conosco puramente di vista, e non conosco di nome se non Zuanne Sgualdini, et un tal detto Matto Grando ma non sò che nome, ne che cognome abbia, da Sbirri dè quali conobbi il Vice, e non sò il motivo della mia rettenzione.

Interr: se almeno possa immaginaselo.

R.de: nemmeno posso immaginarmelo.

Interr: cosa lui Cost.o fosse andato a fare ieri sera in casa del Ministro di Giust.a. R.de: siccomeio abito in casa col suddetto Sgualdini alla Bragora, così lui ieri dopo pranzo mi invitò ad andare, in Campalto con lui e tutti gli altri che furono rettenti onde andavimo in Campalto insieme, ove merendavimo, anzi, che io spesi un da vinti all’ osteria di Pena a Mestre. et indi tornavimo a Venezia, ove giunti mi disse detto Sgualdini e un tal Vincenzo, del quale non sò il cognome, che andassi dal Boggia perchè dovevano venire ancor essi a cena, e che avrei cenato con loro, arrivai a casa del detto Boggia alle ore 23 – e mezza e mi fermai finchè vennero gli Sbirri e menarono via tutti a riserva di quel tal Vincenzo.

Interr: se sappia dove diceva essere smontati dalla barca quando giunsero a Venezia. R.de: smontavimo slle Fondamente Nove e siccome io ero bagnato perchè ero caduto in acqua, così andai a casa di mia madre di nome Rosa, che sta in corte della Stua a San Cassian, e li altri andarono giù per li Gesuitti ma non sò dove siano andati perchè io non li viddi se non nel momento che fui con loro rettento, perchè siccome io ero addormentato quando loro arrivarono così non li ho veduti se non d’uscire da un camerino se non nel momento, appunto, che giusero gli Sbirri.

Interr: se sappia per qual motivo li Sbirri abbiano menato via li di lui nominati compagni.

R.de: mi non sò niente se non che ho veduto gli Sbirri a guardare sotto la tola, e portar via dei fagotti, ma non sò cosa vi fosse in detti fagotti.

Interr: se oltre di ieri sera, come disse, sia egli già stato in casa del Ministro di Giust.a. R.de: fui altre tre o quattro volte con loro che mi davano da mangiare perchè li servivo in tola.

Interr: se sappia per qual raggiro li di lui compagni si portassero in casa del Ministro di Giust.a.

R.de: andavano per mangiare e bevere.

Interr: se lui Costituito o alcuno delli di lui compagni abbiano mai fatto alcun contratto col detto Boggia.

R.de: io non ho mai fatto alcuno contratto, ne ho mai veduto alcuno delli miei compagni a vendere ne comprare niente dal Boggia.

Interr: a quali ore fosse solito, lui Costituito, e li di lui compagni a portarsi in detta casa.

R.de: tanto io, che li miei compagni andavimo a tutte le ore.

Interr: se lui Costituito sappia come li di lui compagni avessero avuto quel fagotto, che disse che fù, dalli Sbirri, asportato nell’atto, che praticarono il di lui arresto.

R.de: io ho veduto a portare via il fagotto ma non lò hò veduto a portare.

Interr: se sappia qual genere di vita facessero li suddetti di lui compagni.

R.de: mi non sò niente.

Et fattoli vedere li fazzoletti ut ante presentati et

Interr: R.de: quelli fazzoletti io non li conosco, ne li hò mai veduti.

Et fattogli vedere l’involto con dentro le camise, et

Interr: R.de: quello era il fagotto che era sotto la tola e che fù tolto dal Vice.

Et fattigli vedere li orologi, e scatole ut ante presentate, et

Interr: R.de: io non ho mai veduto, ne gli orologi, ne le scatole, che da lei mi vengono dimostrate.

Interr: se sappia dove sia presentemente il Ministro di Giust.a.

R:de: ho veduto che lo menavano via anche lui, ma non sò per qual motivo. Ammonito a dire la verità sopra quanto fu interrogato.

R.de: ho detto la verità, e non so di più di così, ne io ho mai rubbato niente ne venduto niente al Ministro di Giust.a, ne ho veduto nemmeno alcuno delli miei compagni a vendere niente.

Quibus Habitis Lectus Confirmavit1(14) et fu rimandato a suo luoco.

Bertucci Trivisan Sig.e di Notte al Criminal.

Con la firma di uno dei Signori di Notte, apposta sotto l’atto del Cancelliere, si chiude il Costituto del Ballotta. Come si evince dalla sua lettura, l’interrogatorio inizia con l’acquisizione delle generalità: s’interroga sul nome, cognome, padre, patria, professione, dopo di ciò si passa ad una puntuale descrizione somatica dello stesso, per giungere, infine a quella degli abiti che portava al momento dell’arresto. Quest’ultimo punto è importante perchè, in fattispecie di “delitto”, l’abito potrebbe essere lo stesso che il reo indossava nel momento del “delinquere” e quindi, poteva rendere più agevole il suo riconoscimento da parte d’eventuali testimoni. Infatti, se egli non era conosciuto da loro per nome, ma solamente somaticamente, o per gli abiti o per qualsiasi altro segno e se i testimoni affermavano che vedendolo sarebbero stati in grado di riconoscerlo con una certa sicurezza, il Giudice, in un confronto all’americana, lo faceva mettere in fila assieme ad altri tre o quattro della stessa statura, simili i più possibili, e vestiti allo stesso modo e così si passava al riconoscimento e, se riconosciuto, gli rinfacciava che non poteva più negare d’essere colpevole. L’interrogatorio continuava sul quando e sul dove egli fosse stato “retento” e da chi fosse stato effettuato l’arresto per passare, infine, ai fatti che avevano portato alla sua incarcerazione. Terminato tale incombente, il detenuto veniva ricondotto nel camerotto per esserne “estratto” il giorno dopo per sentirsi rileggere le sue dichiarazioni ad majorem veritatem, in verità, al solo fine confirmatorio, in quanto lui non poteva più aggiungere ulteriori dichiarazioni.

“1763 – 18 – Maggio

Venuto avanti S.S. Ill.me alla Banca1(5) l’antedetto Piero Ballotta, al quale riletto il di lui costituto de plano quello confermò, e fù fatto passare a suo luoco1(16).

Q.H.L.C. et iuravit”1(17).

Nello stesso giorno della costituzione degli imputati, inizia anche l’escussione dei testimoni a carico ed ecco apparire il Vincenzo Falconi.

1763 -18- Maggio

Compare avanti S.S. Ill.me Vincenzo Falconi, disse per commissione del Capitan Grande quale umilmente espone esser stato lui la persona col mezzo del quale detto Cap.n Grande venne a cognizione delle persone che furono rettente in Casa del Ministro di Gist.a li 17. Maggio corr.e quale fù

Interr: a spiegare li furti da caduno delli rettenti respettivamente commessi.

R.de: prima di tutto parlando in massima di tutte le dieci persone rettente a queste io ebbi commissione dal Cap.n Grande di tenerli dietro dalle Feste del Doge in poi onde io non menai di negligenza per tenerli le più osservate traccie, e mi riuscì di ritrovarli tutte le sere uniti in casa del Ministro di Giust.a, al quale di sera in sera, e di giorno in giorno a norma, che andavano rubando fazzoletti glieli portavano, voglio dire, che se le riusciva di rubargliene la mattina glieli portavano sul mezzogiono, e se la sera glieli portavano la sera dopo le prese e questo lo so perchè siccome dissi io per commissione del Cap.n Grande le tenevo l’occhio dietro, comprovavo di essere spesso in casa del Boggia dove aver el loro ricapito, e spesse volte mi incontrai a vederli contrattare di fazzoletti li quali calcolando li buoni e colli cattivi glieli veniva a pagare all’incirca vinti soldi l’uno, quelli fazzoletti poi il Ministro li vendeva a un tal Francesco Chisbetto, che sta in Calle dei Fabri, e fa il revendigolo, per le fiere, ma prevalentemente è in Venezia, e questo lo so perchè me lo raccontò lui stesso Chisbetto in presenza di un tal Gio.Batta Mercanti, che sta in Castello in Corte del Favro, et altre persone, che io non so precisamente ma glieli vendeva a delle meretrici, che ivi praticavano, che non so precis.e ove abitino, ma per quanto potrò procurerò di rilevarlo, e riferirò alla Giustizia.

Interr: se sappia quanto tempo sia, che il Ministro di Gist.a compri robba rubbata come disse.

R.de: mi rammento senza però che vi fosse alcuno presente, che il giorno della Salute ultimamen.e decorso aveva comprato da un tale Tomè che fù anzi condannato per anni due per questo Ill.mo Collo in prigione, cinque scatole d’argento voglio dire pesarle in val.e di vinti quattro lire l’una, quali scatole non sò poi a chi detto Tomè gliele avesse rubbate, onde penso che sia qualche tempo che egli tenga questo sistema. Dirò di più, che in questo Carnevale passato, per quanto si vantò il Ministro sud.o comprò una scatola d’argento con due coperchj da un tal Valentin Mascaron, e da quel Rinaldo della Pietà, in Frezzeria, ad un peater, che non so chi sia, ma a chi poi l’abbia venduta tanto questa scatola, quanto le altre, io non lo so, perchè lui stesso mi disse, e diceva anche a tutti li rettenti, che non avessero timore, e che gli vendessero tutto liberamente, perchè già lui tutto mandava via, ma non mi disse dove – quando, poi alli nomi particolar.e specific.e delli rettenti dirò che Antonio Palmarin, ogni sera ve lo vedevo ad’andare dal Boggia a portargli ogni sera due, o tre e qualche volta quattro fazzoletti quali li comprava al pezzo come di sopra da me indicato, anzi una sera, che non mi ricordo quale precisamente, li portò una scatola di carta nova rottonda, che se la vedessi la conoscerei, che quela vendè non mi ricordo se per quindici o sedici soldi, non posso additar testimonj perchè quando loro venivano il Ministro cassiava tutti fuori di camera, e lui si serrava con questi a fare li suoi contratti, et al più si fiddava di me che fui presente molte volte alli loro contratti, et intanto di me si fidava in quanto io per servir la Giust.a sapevo far il parziale a suo favore.

Interr: se sappia li furti commessi da Pietro Ballotta.

R.de: questo serviva di passamano a tutta la truppa, voglio dire, lui si nascondeva dietro di quelli a quali avevano destinato di rubbare fuori di scarsella qualche cosa, et indi si sentava sopra il Banco del Becher a S: Luca et a lui consegnavano tutti li fazzoletti e quando di sera in sera rubbavano, e poi tutti d’accordo si riducevano a Casa del Ministro di Giust:a, et ivi stabilivano li loro contratti.

Interr: a spiegare li furti commessi da Gio. Maria Pisciutta.

R.e: anche questo è della lega come gi altri, et andava rubando insieme con loro. Ma particolarmente la vigilia dell’Ascensione in chiesa a S: Marco lo ritrovai, e lui mi raccontò, et anche lo viddi rubare nove fazzoletti, io però non conobbi le persone alle quali rubbò, et indi la sera a norma del consueto li portò a vendere al Ministro di Giust.a, et il giorno del funerale del fù Ser.mo Foscarini in chiesa a s: Giovanni e Paolo pare e parte per le stradde ne rubbò nove o dieci salvo il vero in compagnia di quel Antonio Palmarin, e questo lo sò perchè le ero dietro,  et le tenevo l’occhio adosso di commissione, come dissi del Cap.Grande.

Interr: a spiegare li furti commessi da quel Nane Colombo

R.de: questo prima era unito di lega con Zuanne Sgualdini, col quale si chiamavano fratelli, e con Toni Palmarin, e con Naso Cano, ma in specie che a tre sere li hò veduti a portare al Boggia a vendere una sera sedici, una sera diciasette, et mi pare non sò se la vigilia o il giorno della Sensa, 23 – fazzoletti, che avevano unitamente attorsio rubato, et l’ultima sera quel Nane Colombo li portò tre scatole di carta, che vedendole le conoscerei, et oltre di questo non è di mia notizia altro di certo1(18). ……….

Interr:o se altro sappia, o voglia dire.

R.de: per ora non so altro, e rilevando qualche cosa di più non mancherò di rifferirle alla Giust.a.

Q.H.L.C.  Bertucci Trivisan Signor di Notte al Criminal”

Terminata l’escussione testimoniale, il Giudice – Pubblico Ministero (il nostro ex giudice istruttore ), “rinfaccia” al reo, nel così detto “Costituto di rigore”, simile ad un  odierna requisitoria del P.M., i suoi delitti. Il termine “reato” non è mai menzionato si usa, per tutte le fattispecie previste dalle leggi, esclusivamente il termine “delitto”.

1763 -17 – Gennaro

Estratto e fatto venire al luoco solito delle Cantinelle l’infrascritto Piero Ballotta, quale venendo in ordine colle opposizioni Costituito le fù detto. Poco vogliono le tue allegature e le troppo patenti maliziose ignoranze per riparare un Castigo, che pesante deve ad una Lega infesta di ladri Borsaroli membro della quale, anche avesti negato essere, le circostanze, e li fatti, che ti saranno opposti ti avrebbero abbondantemente convinto. Una truppa scellerata di ladri Borsaroli, che aveva per Capo; e Corriere il Ministro di Giustizia malertò questa Dominante il mese di Mag.o decorso a segno d’impegnare la diligenza del Cap.no Grande, che per liberare questa città da essa truppa ne procurò, et eseguì anche la notte delli 16 – venendo li 17 – de p.o p.o1(19) Maggio la rettenzione: tra questi fù riconosciuta la tua persona, fosti de plano Costitutto fù confermato il tuo arresto, et ora ascolta li rimproveri della Giust.a. Fù eseguito il fermo della tua persona l’indicata notte delli 16 – venendo li 17 p.o p.o  Maggio in casa del Ministro di Giustizia, dove in socia vi trovavate raccolti a Cena e con voi fù pratticato l’asporto d’un fagotto di sessantasette fazzoletti una parte dé quali in un fagotto appartato furono ritrovati da Ministri sotto alla Tavola, intorno alla quale vi trovavare tutti sedendo, quali fazzoletti ad’onta delle tue allegature ascolta come risalti il modo, col quale ivi furono trasferiti. Da due non giurate persone concordi nelle loro deposizioni ebbe a raccoglier la Giustizia, che s’attrovava una Lega di Ladri Borsaroli, che dalle Feste del Doge fino al punto della tua rettenzione, e del rimanente della truppa, andava ora unita et ora in parte divisa rubbando fazzoletti e indi li portavano a vendere al Ministro di Giust.a di mezzo giorno in mezzogiorno, e di sera in sera, da qual Ministro di Giust:a vi venissero pagati calcolando li buoni coli cattivi a 20 – soldi l’uno: si ebbe di più da med.mi che distinsero le mansioni, che ad’ogni uno di voi era stata adossata ( locchè indica quanto esperta e prava, fosse tal scellerata Lega ), che a te fosse imposto l’incarico di nasconderti dietro a quelli a quali avevate destinato di rubbare fuori dalle scarselle qualche cosa, e che indi ti apostassi seduto sopra il banco del Becher in Campo S: Luca servendo di depositario dell’indegna preda di fazzoletti, che da tutta la truppa di sera in sera venivano rubbati, quale terminata vi riduvaste tutti a cena a Casa del Boggia ove pure stabiliste li vostri contratti. Si rimarca a questo punto la tua confessione in proposito della Conoscenza nominatamente della maggior parte dè componenti la Lega, non che del tuo frequente intervento insieme con essa Lega in Casa del Boggia accrescendo questa in aggiunta alli fatti, che ti furono rinfacciati, et a quelli, che rimproverati ti saranno, e dando maggior peso alle gravi presunzioni di tua reità, e diminuisce quella credenza che potesse venir prestata da questo tuo Giudice (se pur alcuna credenza prestar si può ad’ un Ladro Borsarolo, che si confessa accomunato ad una Lega di Borsaroli ) alle tue aperte negature in proposito di non aver mai niente rubbato, ne aver veduto alcuno dè componenti la lega a far alcun contratto di fazzoletti col Ministro di Giust.a, negature riprovate dal fatto e da quanto udirai. Costituita persona, non negò che nella casa del Ministro di Giust.a non fossero stati la sera, che fù eseguita la tua, la sua, e degli altri rettenzione, ritrovati da Ministri tre fagotti di fazzoletti consegnati dalla vostra truppa dando però ad’ intendere per procurar al possibile di diminuire il delitto stesso, che fossero stati da lui ricevuti in Cauzione d’una cena dalla vostra Lega non pagata; locchè oltre al fatto delli fazzoletti esistenti in Seno alla Giust.a; e delli altri moltissimi restituiti a derubbati, che legalmente si facevano conoscere per proprietari, fa prova della tua reità, riprova delle tue Buggie, e ti crima oltre un ladro, e ladro esperto e franco anco fuggiando e mendace. Non resta però  circoscritta la quantità dè fazzoletti dalla vostra Scellerata Lega rubbati, alli soli, levatone da Ministri in casa del Boggia, ma restano in seno a questo Collo conservati in parte, e parte a proprietari restitutti, altri quarantacinque fazzoletti a persona cognita dal Ministro venduti, di diverse qualità, e colori tutti sporchi, nonchè altri nove ricuperati da persona pur Cognita a lei, da uno della vostra truppa venduti, e risulta in oltre altra summa non determinata della quale non riuscì il ricupero, venduti dal Ministro a persona cognita, et altra summa stessamente non liquidata, venduta per le stradde da ogn uno di voi come rillevasi dalla voce di non giurato di Scienza. Confessa dunque, e convinto come sei di unione ad’ una Lega Scellerata di Ladri Borsaroli tanto molesta a Cittadini e tanto odiosa al Principato, attendi quel castigo, che serva a te di correzione, e agl’altri di esempio, che però

R.de: No xe vero niente.

Zuanne Canecci Sig.r de Notte al Criminal

Terminata questa prima fase processuale, i Signori di Notte a “Bossoli e Ballotte” stabiliscono che l’imputato presenti le proprie deduzioni difensive. Se tale incombente non fosse rispettato il processo sarebbe stato, ipso facto, nullo. Il termine ordinario per la loro presentazione, in caso di reo incarcerato, era di tre giorni e questo termine era espressamente indicato in atti. Contestualmente, in questa fase, poteva, a discrezione del corpo giudicante, esser concesso al recluso, sempre previa ballottazione, il passaggio dalla prigione “all’oscuro” a quella “alla luce”.

Addì 17 Genro 1763

Gl’Illmi Sig:i di Notte al Criminal cinque in numero absente l’Illmo Trivisan a Bossoli, e Ballotte hanno terminato che a Pietro Ballotta siano intimate le diffese entro giorni tre.

Nel Bianco per la parte —- 5

Nel verde di nò ——– 0

Illico

Sue Sig:e Illme a Bossoli, e Ballotte hanno terminato che il sud.o sia mandato nelle priggioni alla luce.

Zuantonio Corner Sig.r di Notte al Criminal.

Nel Bianco per la parte —— 5

Nel verde di nò ——- 0

L’incombente successivo del processo prevedeva che del “Costituto” del reo fosse data notizia e copia alla parte offesa, in modo che questa potesse produrre ulteriori elementi unicamente finalizzati all’aggravamento della sua posizione. Nel nostro caso la parte offesa non è una persona fisica bensì la Repubblica stessa perché, come anticipato, il furto, perpetrato con destrezza, ai danni delle “scarselle” dei passanti, poiché turbava, non solo la quiete pubblica ma metteva in ansia pure il Serenissimo Principe, veniva, proprio per questa sua peculiarità, considerato “enorme”2(20)e per questo, doveva esser punito con il massimo rigore. Contestualmente, del “Costituto di Rigore”, era data copia, al reo, affinchè potesse difendersi dalle imputazioni in esso addotte. In esso doveva essere indicata in modo chiaro l’imputazione contestatagli nonchè il numero dei testimoni “contra” dichiarando, però, solamente quanti di loro erano giurati. Ricevutolo, egli, poteva presentare i così detti Capitoli, ossia le odierne memorie difensive, che erano prese in considerazione solo se provavano il fatto, o avessero fornito ulteriori indizi; non erano, invece, ammissibili quelli inconcludenti o superflui. Le copie degli atti erano sempre a pagamento e l’Officio, odierna cancelleria, non era obbligato a fornirne copia al reo, se non a fronte del pagamento contestuale delle spese. Lo stesso Officio poteva, ai carcerati incapienti, definiti “miserabili”, fornire loro tali copie senza l’immediato esborso, ma a debito, tamen suis expensis, in questo caso, però, doveva emanare un apposito atto autorizzativo.

Addì 18 – Febro 1763  Estratto fu et fatto venire avanti a sue Sig:e Illme alla Banca l’antedetto Pietro Ballotta così avendo fatto fa istanza quale

Interr: cosa ricerchi?

R.de: hò qui pronte le mie diffese con li Capitoli, et  supplico V.V. E.E. di accettarle. Et hoc dicens presentò la seguente allegazione con capitoli sei  principia “Illmo et Eccmo Collo” et termina “tronus ejus Graties” et due fedi una di botteghino, et un’altra della Chiesa di S. Giustina, e l’altra di Zuanne Sabba ,maestranza dell’Arsenal.

Interr: se altro vogli?

R.de: per ora non ho altro.

Q.H.L.C. et fù rimesso a suo luoco.

Andrea Contarini Sig.r de Notte al Criminal.

Se l’imputato aveva una minima abbienza faceva redigere le sue memorie ad un avvocato di fiducia. Invece in caso di paupertà, il Giudice gli assegnava un avvocato d’ufficio, denominato “l’avvocato dè prigionieri”. In questo processo, che vede implicate ben undici persone, dalla lettura attenta di tutte le difese, possiamo ipotizzare che solo quattro imputati: Il Boia, Piero Ballotta, Anzolo Buttafogo e Niccolò Mellan si siano avvalsi di un avvocato d’esperienza, ciò lo si evince dall’accuratezza e dalla puntualità con la quale, egli, ha saputo ribattere, punto su punto tutte le accuse. Un imputato, Marin Sguali detto Canao, con nostra grande iniziale sorpresa, rinuncia alla sua difesa e non presenta nemmeno un rigo per discolparsi: abbiamo ipotizzato che forse sapeva, per esperienza o per sentito dire, che le memorie difensive servivano poco o nulla, ma sbagliavamo, perchè questo personaggio, nel proseguo del processo ci riserverà una sorpresa che non anticipiamo per creare un pò di suspence e che ci farà comprendere il perchè di questo suo, a nostro primo avviso, irrazionale comportamento, mentre gli altri cinque imputati: Antonio Palmarin, Rinaldo dalla Pietà, Zuanne Colombo, Zuanne Sgualdini e Vittorio dalla Pietà, decidono di presentare una difesa congiunta e a tal uopo si affidano ad un avvocato che osar definire “da do schei” è dir poco. Questi, invece di ribattere con forza alle accuse mosse ai suoi patrocinati, dato che di prove probanti non ce n’erano, non tenta nemmeno una pur minima difesa anzi, non trova di meglio che confermare la loro reità in cambio di un mutamento di pena che, presumiamo, per esperienza, già considerava certa: chiede, in sostanza, che la pena sia tramutata da carcere, all’oscuro, alla galera: si rimette, in parole povere alla clemenza della corte!

“ Se le nostre mancanze dunque, che meritano castigo afflittico per il quale la nostra vita deve con il tormento scontarlo, sia questo nell’imposizione marittima sopra le Navi per marinari, ne mari per Uomeni al Remo, mentre nelli Pacciffici acquietamenti della Rep:a Sereni:a, che Dio mantenghi trionfando il commercio, come trionfa in Guera viva la gloria del dominio Augusto, cambiando la pena in grazia, voglia il Castigo, che solo muta nome, in convertire con l’esaudimento del volontario concorso all’effetto della pena. Grazie. ”

Pietro Ballotta, del quale stiamo seguendo le vicissitudini giudiziarie, lavorando come remer nell’ Eccellentissima Casa dell’Arsenale e perciò godendo di uno stipendio fisso di otto soldi al giorno,  di conseguenza, si affida, come abbiamo fatto notare sopra, ad un legale di sua fiducia che, dobbiamo affermare, deontologicamente corretto, la cui indiscussa bravura nello smontare, pezzo per pezzo, tutto l’impianto accusatorio, non sarà, sufficiente, al suo assistito, a fargli evitare una durissima condanna ma la sua appassionata difesa, invece, fornisce a noi posteri uno spaccato interessantissimo della vita veneziana dell’epoca.

Ill:mo et Ecc:mo Colleg:o de Sig:i di Notte al Criminal

Addì 17 Febro 1763

Presentata dall’infrascritto Ballotta.

“Accusatio instituenda est ex Justitie, et caritatis zelo non causa vindicte” Ecco Colle:o Ecc:mo la Dottrina Criminale, che da ansa alla sgraciatissima persona di me Piero Ballotta Maestranza dell’Arsenal rettento con altri, che rillevati furono di una unione, e lega infetta de Ladri Borsaroli, ad appoggiare, e stabilire questa mia umilissima diffesa, nella traccia di essere membro coniunto della indicata scellerata setta: seguita pertanto la mia rettenzione nella notte delli 16 venendo li 17 Maggio 1763, nella Casa del Ministro di Giustizia con altri, sentii rifferirmi nell’opposizionale, “che da due non giurate persone concordi nelle loro deposizioni ebbe a raccogliere la Giust.a che s’ attrovava una lega di Ladri Borsaroli, che dalle Feste del Doge fino al punto della loro rettenzione, andava ora unita, et ora in parte divisa rubbando fazzoletti quali portavano a vendere al Minis:o di Giust:a di mezzo giorno in mezzo giorno, e di sera in sera, dal quale Minist:o venissero pagati, calcolando li buoni e cattivi a soldi vinti l’uno”.

In sino a qui io non oppongo il fatto rispetto al corpo del Delitto attrovato, nonche aportato in seno della Giust:a con le persone ree, ma quello che altresì, che chiama la mia ragione a giustificarsi, e discolparsi, si è che si pretende stabilire anche me per associato compartecipe, e compagno di essa scellerata Lega. Spero sarò iscusabile se in giornata di diffesa scortato la mia innocenza me ne valerò di quella ragione, che per “omnia jura mundi mi suffraga”.

Ma si proseguisca l’ Oppo:le riffertomi dal Fisco, per attrovare la colpa identiffica, che mi aggrava, per entrar à confutare con la raggion medes:a.

Mi fu detto, che la Giustizia raccolse di più da essi due non giurati: aver distinto le mansioni, che ad ogn’uno era stata addossata essendo, a me stato imposto l’incarico di nascondermi dietro a quelli, a quali si aveva destinato di rubbare fuori dalle scarselle qualche cosa, che indi mi appostasi seduto sopra il Banco del Becher in Campo S: Lucca sevendo di depositario dell’indegna preda di fazzoletti, che da tutta la truppa di sera in sera venivano rubbati quale terminata si riducessimo tutti a Cena a Casa del Boggia ove stabilissimo li nostri contratti.

Essendo dunque tutta la colpa oppostami, la di sopra descritta, che ometto a berevità il Capitolarla, supplicando solo il confronto per la verità mi dettermino con le voci stesse della Giust:a a diffendermi e discolparmi non per Ladro Borsarolo da fazzoletti, ma altrsì per Depositario de Furti, che da stessi Borsarolli venivano eseguiti.

Quando e così la cosa si ricerchino le prove, che mi convincano: Parlano due giurati unichi, e soli, senza rifferir de causa scientie, e parlano in generale, che si “ attrovasse una lega di Ladri Borsaroli ?” senza indicar nomi, e quantitativo, autorizando la di loro esposizione con il termine di Lega, mentre con tal generale espressione prettesero abbracciar tutti.

La Giust:a però che vuole “ luce meridiana clariores”, dopo seguito il fermo di tutti li astanti ed interessenti, che si attrovavano in Casa del Ministro di Giust:a, proseguendo l’inquisizione, si riportò alle stesse voci delli due non giurati, quali per comparire veritieri, e con la verità meritevole, infantarono a chi non aveva colpa un qualche carico, che avesse in essa Lega, fuori di quello di operatore Ladro per dimostrar la conivenza, e con tal strada mi dipinsero non mai Borsarolo, ma altresì depositario di fazzoletti rubbati.

Quand’è così la cosa mi sia permesso l’esaminare prima l’implicanza del loro contesto, per indi con prove degne della maggior eccezione smentirli.

Rapportano, che le prede, che venivano fatte, si portavano avendere al Mro: di Giust:a di mezzo giorno, in mezzogiorno, di sera in sera? Ma perchè ciò non và a dovere con la mia sgraziata persona, essendo notto a tutti, ch’io, che sono Maestranza dell’Arsenal obbligato sono il giorno in quell’ Ecc:a Casa, così alterando il contesto cambiano l’attivo in passivo, esponendo, che io non più di giorno, ma di sera mi appostassi sedduto sopra il Banco del Beccher in Campo S: Lucca servendo di depositario della preda, che tutta la truppa di sera, in sera veniva pratticata.

Santo Iddio ed in tal guisa si contesta ne Criminali Giudicj, per convenire un colpevole? Certam:e, ch’altro non e l’introdotto se non se il mendicare forme per opprimere un innocente, e che ciò sia, prostrato con tutto il rispetto invocco con l’attenzione l’alto sapere di V.V. E.E. ad accompagnarmi nel riflesso.

Non è mai depositario alcuno in questo mondo, se prima non abbi dato prove certe, e siccure di sua pontualità? e questo è raciocinio perfetto, che si mantiene nel Crido universale della Società.

Sopra di me qual prova avevano li detrattori? qual cognizione? se molti d’essi non mi avevano mai veduto non sapendo ne men il nome mio? E così alla ciecca affidano i Ladri di effetti espillati a persona da essi non conosciuta, non esperimentata, sul dubbio, che il Depositario non si approprj a natural vantaggio li furti meds:i con tanto di rischio aquistati?

Ma dal discorso d’ordine, si passi a quello di merito, anzi per breve spazio si dia credenza al deposto dalli due non giurati, e si stabilisca, che io fossi il depositario, che stassi seduto sopra il Banco del Beccher a S: Lucca, e che raccogliessi le prede, che di tratto in tratto, mi venivano consegnate da espillatori, sopra di che si formi il suo commento.

La cittazione del Campo di S: Lucca, come ogn’uno sa è nel mezzo della Metropoli Serenissima, la dove oltre esser un quadrato perfetto, lo è contornata di Botteghe numerose, che chiamano le persone, non a lo stare entro al Banco, ma a stare fuori dalla Bottega, come sarebbe a dire il Fruttarollo, o l’Erbarollo che sono l’uno trasversal:e dirimpetto all’altro. Vi sono due oneste farmacopee, dove si trattengono per ore dottissimi Proffessori, e con l’istessi distinte persone.

Il Banco del Beccher, e nel centro del medio del Campo, e quello ch’ è nottabile, che dirimpetto ad esso Banco discosto solo quattro passi vi sono due Banchetti Notturni, che vendono Areste, Rane Canocchie, et altro.

Se qui stà il tutto mentre il raggiro continuato di persone, che traversa per quattro strade differenti, vi è il Pub.o Bastione2(21), che da continuato flusso, ed riflusso ad acquirenti il Vino; ma quello, che più importa, egli è un Campo ove vi sta di continuo interressente un Capo de Bastasi con numerosi facchini quali si appoggiano al Banco indicato sino quasi alla mezza notte, e con essi sedendo a tener conversazione nelle farmacopee si fermano gli onesti recapitatori.

Ecco dunque introdotto per aggravare un Innocente un luoco Pub.o il maggior pratticato del dominio si di giorno, che di notte, ed in sito si frequentato, ove ogn’uno nell’aziosità, e nell’ora di respiro nella staggione massime di Maggio, che chiama alla Libertà ed al passeggio di ciel sereno il disoccupato, il novelliere, ed il curioso, come si può combinare con una esposizione inverosimile, che un depositario de rubbamenti, si fermi nel centro della società, e visto da più oneste persone; che accordi tutto questo senza che alcun vedi, senza che alcun sia nominato per contesto, senza che vi sia prova dell’introdotto fuor che la voce di due considerati dalla Giust.a per spergiuri, mentre non admessi al Giuramento e con tali introduzioni, discenderà a stabilire la Potestà Giudicante la colpa, perche indicata da due spergiurati non giurati.

Vincano le vostre Sacre Leggi! Vinca l’immortal Vostra Giustizia, vinca l’esemplarità del vostro alto sapere, mentre la mia ragione lo è tutta applicata al delicato della Vostra Anima; tantoche passando al discorsivo alle prove, eccomi al Caso di render esatto conto di mia Vita, e con la Vita di mia Condotta.

Giovane d’età d’anni. – fu il mio primo studio coltivare el centro da cui ebbero con Cafulla la tomba li miei Proavi. Entrato dunque come Maestranza al servizio della Casa Ecc:a dell’Arsenal con paga di soldi otto al giorno per la mia età adulta. Accresciuto per mancanze disubidienti in casa della Genitrice, che non diffondo, ne scuso, spettando queste in ” foro soli, ne mai in foro fori “, mi absentai dalla Casa Dominicale, e nella vicinanza dell’Arsenale, attrovai pernottazione alla Bragora in Casa di Gio: Batta: Mastella ove pernottai per sere 20: continue.

Il riccettatore del luoco, che vuole abbinati con persone li suoi letti mi pose accompagnato con certo Marin Canao, quale contrasse amicizia mecco, permettendo l’unione in uno stesso cattacubicolo un certo non so che di più tra conoscenza, ed amicizia. M’invitò andar in Campalto a pranzo, vi andetti, spesi la mia parte, e da quel punto in poi mi obbligò passare anco a cena dal Mro: di Giust:a.

Con quali prelliminari lo stesso mecco si abbi diretto lo sano V.V. E.E., ne a me spetta il penetrare gli arcani della Giust:a, chiamato essendo il mio dovere a diffendermi, a giustifficarmi senza entrare nella mente, e raggioni altrui; ma dirò altresì, che “ facta cena cum diabulo ”, non sortito essendo al meritevole comparente l’aggravarmi di reo borsarolo, mi calunniò per depositario de aredi espillati.

Colleg:o Grave: Giudici Prestantiss:i. Se l’incarico mio lo è di produr le proprie ragioni a diffesa, del pari lo è l’attributo nell’incarico della Vostra Anima per effettuare l’odierno Giudizio, e siccome che spetta all’Inquisito dimostrare la di lui innocenza come spetta al Calunniatore provar la sua causa; così mancando questa, eccomi a provar quella, per il che ossequioso propongo.

1°: Ch’è verità il fatto, ch’io infeliciss:o Piero Ballotta sono d’età d’anni 18 essendo stato battezzato nella parrocchia Di S: Giustina lì 17 Feb:o 1745 come natto li 31 Genn:o precedente.

In prova fedi di Battesimo

2°: Che nascendo da Genitori, che godono il grazioso dono, d’esser descritti Maestranze dell’Arsenale, esser veriss:o, ch’io infelicis:o capitolante fui arrolato per fante in essa Ecc:a Casa, la dove presentem:e sono col vantaggio di godere di Paga soldi otto al giorno.

In prova fedi dell’Appunt:re della Casa dell’Arsenal.

3°: Che pur è veriss:o, che nell’età adulta di me Capitolante, sempre mi preservai soggetto all’ubbidienza della Madre Vedova, dando continui saggi di mia pontualità ed onore.

In Prova Testes

4°: Che per mancanze giovanili, di pocco rispetto alla Madre, la stessa per correggermi, m’allontanò dalla Casa Dominicale, somministrandomi soldi quindici al giorno, oltre a quanto rittenevo dalla giornaliera Appuntat:ra nella Casa Ecc:a dell’Arsenal

                   In Prova Testes

5°: Che per quanto sentii rifferirmi nell’Opposizionale, esser veriss:o, non essermi stata imputata prova alcuna, ch’io fossi Ladro Borsarolo da fazzoletti: ma altresì solam:e venir introdotto da due soli Testimoni non giurati, che tra le mansioni distributte a compartecipi, io destinato fossi ad esser depositario degli Arredi Espillati.

In prova supplico li necessari confronti.

Pressidi Prestantiss:mi. Se ree procedure de colpevoli sono a simil foggia dirette, più venerabile si render la Vostra Giust:a nel determinare la colpa col separare il reo dal colpevole, ma altresì giubila l’infelicità d’un inquisito nel ricconoscimento del vostro retto detame e però passando dal trattato di mia circostanza, a quello di mia giustificazione permettino, che umilm:te proponghi per la verità, e per la ragione.

6°: Che essendo la mia professione di Maestranza, Remer nella Casa Ecc:a dell’Arsenale esser veriss:o, che io fui impiegato per anni uno nella Bottega di Girolamo Benedetti Remer a S: Biasio di Castello, ove nella Libertà, che avevo in quella Casa potevo appropriarmi de contanti ed effetti; avendo sempre sostenuto massime di pontualità, ed onore.

In Prova Testes

Con tal prova provata esulta la mia riputazione, ed onore in vista della Vostra Giust:a e se non vi susistono prove nel Processo, ne tampocco introduzioni aggravanti dell’esser io Ladro Borsarolo cader deve la conseguenza della presunzione attesa la Confessione mia volontaria innocente, e sincera dell’ amicizia, che avevo co preffatti colpevoli, non che dell’unione ed interessanza a Cena a Casa del Mtro: di Giust:a.

La mia fassalità mi vuole inquisito, perchè rettento con li rei? Ma la mia ragione mi esclude dalla colpa, non stabilendo altro l’unione che pura conoscenza fra le parti? Ma qual conoscenza può mai stabilirmi fra noi derrivante da seconda causa, se appunto non sepero li rei indicarmi per compagno, per interressato, per depositario le scellerate di loro espillazioni?

Grazie per tanto a Dio Sig:e, ed alla Vostra Santa Giust:a, che die ansa alla mia fattalità il giungere a giornata di diffesa, per discolparmi e giustifficarmi non dalla Colpa, che non sussiste, ma altresì dalla presunzione, che non regge, e ciò sul piede delle Vtre: Sacre Leggi:

La mia causa ad unque arrende dalla Vtra: Sapientiss:a immancabile Giust:a, e Pietà di Clementia preparat vitam, gloriosi immancabili attributi di questo Sereniss:o Dominio, che durerà sino al durar de secoli, mentre Justitia et Veritas Custodiunt Regem, et roboratur clementia tronus eius:

Grazie

Alle memorie difensive di tutti gli imputati, almeno nel nostro processo era allegato, l’atto di battesimo, che prova l’età dell’inquisito e la sua appartenenza alla fede cattolica, dato da non sottovalutare in un processo.

I Signori di Notte, valutati i Capitoli presentati per iscritto dal Ballotta, senza vincolo di criterio (es. probabilità, indizi, ragionevole dubbio), a Bossoli e Ballotte, decidono se concedergli o no valore probatorio. Quindi l’ammissione, pro reo, delle prove e la stima della loro valenza, era tutta riposta  nel loro puro arbitrio, nella loro umoralità, erano cioè valutate attraverso inintelligibili parametri mentali come si vedrà in prosieguo.

Addì 19 – Febro 1763

Gli Illmi Sig:i di Notte al Criminal tre in numero absenti gl’Illmi Minotto, Longo, e Condulmer con l’intervento delli N.N. H.H. Zaccaria Morosini, e Angelo Gabriel Zanchi Capi di 40 al Crml a Bossoli e Ballotte hanno terminato che sia admesso il Capitolo primo prodotto a diffesa da Piero Ballotta in prova fede.

Nel Bianco per la parte —— 5

Nel Verde di nò ——- o

Illico

Sue Sig:e Illme sud:e a Bossoli, e Ballotte hanno admesso il Caplo secondo di dette diffese in prova fedi

Nel Bianco per la parte ———— 5

Nel Verde di nò —————– 0

Illico

Sue Sig:e Illme sud:e a Bossoli, e Ballotte hanno admesso il Caplo terzo di dette diffese in prova testes

Nel Bianco per la parte ————– 5

Nel verde di nò ——————– 0

Illico

Sue Sig:e Illme sud:e a Bossoli, e ballotte hanno admesso il Caplo 4:à di dette diffese in prova testes

Nel Bianco per la parte —————- 5

Nel Verde di nò ——————— 0

Illico

Sue Sig:e Illme sud:e a Bossoli, e Ballotte hanno admesso il Caplo quinto di dette diffese in prova Conforti

Nel Bianco per la parte ————– 5

Nel Verde di nò ———————— 0

Illico

Sue Sig:e Illme sud:e a Bossoli,e Ballotte hanno admesso il Caplo sesto di dette diffese in prova testres

Nel Bianco per la parte —————– 5

Nel Verde di nò —————————0

Andrea Contarini Sig:r di Notte al Criminal

Con le ammissioni dei Capitoli si iniziano le escussioni dei testimoni presentati dall’inquisito a scarico, ne diamo, qui, solo due esempi dato che le domande loro rivolte sono sempre le stesse. Come avviene anche oggi, i testi dovevano esser citati ed era il Fante dei Signori di Notte, attuale Ufficiale Giudiziario, ad aver l’incarico di portare la citazione a comparire al teste. Egli, una volta espletato questo compito, doveva redigere una relazione scritta dove doveva registrare se il testimonio era stato citato in persona o alla casa. Questa procedura è ancor oggi in uso ed è chiamata relata di notifica.

Addì 20 Febro 1763

Rifferì Cavagnis Fante aver citato l’infr.o ad esaminarsi

Illico

Venuto fù Gerolamo Benedetti qm: Anzolo disse far il Remer all’Arsenal, et abbita a Castello in Calle di S. Gerolamo. Teste fù cit.o amm.o e fu

Interr: se conosca Piero Ballotta? R.de: lo conosco essendo stato garzon nella mia Bottega, ma sarà circa un’ anno che non mi serve. Interr. sopra il Caplo sesto lettogli prima parola per parola? R.de: sopra il Caplo sesto lettomi dirò tutto, e vero mentre per il tempo che mi ha sevito sempre mi fu puntuale, e onesto. Interr: R.de: niente.

L.C. et juravit2(22)

Rifferì d.o F.e aver citato l’infr.o ad eaminarsi

Illico

Venuto fù Ivano Fanetto qm: Santo dice far il Provier all’Arsenal, et abbita in Campiello della Fraterna a S. Antonin

Tes.o fù cit.o am.o per es.re2(23)

Interr: se conosca un tal Piero Ballotta?

R.de: lo conosco perche lo vedevo venirsi a  portar all’Arsenal

Interr: sopra il Caplo sesto lettogli parola per parola?

R.de: sopra questo Capitolo io non posso dire niente in contrario, sappendo che ha servito nella Bottega di Gerolamo Benedetti Remer a S. Biagio ne ho mai sentito a dir niente di lui

Interr: R.de: niente

L.C.et juravit

Escussi i testimoni i Signori, sempre con il solito sistema della ballottazione, decidono se il loro detto, può essere ammesso per probante.

Addì 23 – Febro 1763

Gl’Illmi Sig:i di Notte al Criminal cinque in numero absente l’Illmo Condulmer esaminati li Capitoli terzo e quarto in prova Testes  prodotti a diffesa da Pietro Ballotta a Bossoli, e Ballotte hanno quelli al medesimo accordati per provati.

Nel Bianco per la parte ———– 5

Nel Verde di nò ——————– 0

Zuantonio Corner Sig.r de Notte al Criminal

Segue poi la comunicazione all’interressato dell’accoglimento o meno delle prove a discarico da lui prodotte.

Addì 24 – Febro 1763

Estratto  fù et fatto venire avanti sue Sig:e Illme alla Banca l’antedetto Pietro Ballotta al quale fu detto

Sono stati admessi tutti li Capitoli da te prodotti a tua diffesa, anzi li Capitoli terzo, quarto, in prova Testes ti sono stati accordati per pienamente provati, e però ti si ricerca se altro voglia dire produrre od allegare in tua diffesa?

R.de: mi non ho altro, e mi riporto a quello stà nelle mie diffese rinunciando a tutto il resto.

Fu avvertito che dopo la presente rinuncia altro non potrà dire, produrre, od allegare altro che carte pubbliche, et autentiche? R.de: ho inteso ma non ho altro

Q.H.L.C. et fù rimandato a suo luoco

Zuantonio Corner Sig.r de Notte al Criminal

Siamo giunti alle fasi finali del processo, i Signori danno per acquisiti tutti i Capitoli prodotti dal Ballotta. Lo sventurato, certamente, in cuor suo avrà tirato un sospiro di sollievo, dopo tutti quei mesi di camerotto, avrà finalmente visto uno spiraglio di luce: l’ammissione dei Capitoli, in effetti, fa ben sperare in un’ assoluzione: sta per essere emanata la sentenza però prima, viene ricondotto nuovamente davanti alle Signorie Illustrissime che gli richiedono se abbia qualche carta pubblica o autentica da produrre, era un pro forma, perché l’imputato si giocava il tutto per tutto nei Capitoli difensivi.

Addì 24 Marzo 1764

Estratto per et fatto venire avanti sue Sig.e Illme alla Banca l’antedetto Piero Ballotta le fu detto

Questi Sig.i Ecc.mi sono qui ridotti per devenire all’espedizione del tuo Processo e perciò ti si ricerca se hai alcuna carta pubblica, et autentica da produrre?

R.de: non ho altro.

Et fu rimandato a suo luoco

Illico

Gli Illmi Sig.i di Notte al Criminal tutti sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno terminato che Piero Ballotta, sia da Collo espedito

Nel Bianco per la parte ———– 6

Nel Verde di nò ————— 0

Ed ecco la grande umanità e Giustizia mercantile veneziana!

Gl’Illmi Sig:i di Notte al Criminal tutti sei in numero visto il tenore del presente Processo con tutte le cose in esso contenute quello maturamente considerato, et alla di lui espedizione devenendo a Bossoli, e Ballotte hanno terminato che Piero Ballotta, o sia Zambellotta di Marco Veneziano solito far il remer in pena a quanto ha commesso come in Processo sia condannato in un camerotto serrato all’oscuro per mesi sei continui; dal qual fuggendo sia, s’intende Bandito da questa città di Venezia, et il suo distretto tra il Melzo, e Quarnar al confin de Lochi per anni uno continuo, et essendo preso ritorni alla suddetta Condanna che di nuovo il tempo li abbia da principio, et “ hoc toties quoties”. Con taglia di L.100 de piccoli delli di lui Beni se avrà senon delli denari del Sommo Dominio deputati alle taglie da esser dati alli captori, et nelle spese.

Nel Bianco per la parte ————– 4

Nel Verde di nò ——————— 2

Zuantonio Corner Sig:r de Notte al Criminal

Illico

Sue Sig.e sud.e a Bossoli, e Ballotte hanno tansata la retenzione del suddetto Piero Ballotta, o sia Zamballotta in due ducati correnti.

Zuantonio Corner Sig.r de Notte al Criminal

La sentenza lascia sconcertati. II Ballotta è condannato, anche se non all’unanimità, pur accettando, il corpo giudicante, come provate le sue difese e in totale assenza di prove certe così come d’indizi gravi, precisi e concordanti. Sconcertati, a questo punto abbiamo supposto che abbia prevalso la presunzione che egli, conoscendo gli altri imputati, sia stato ritenuto, egli stesso, per capillarità, un ladro “borsarolo”. Facciamo presente che il Boia riuscirà a dimostrare che tutti i fazzoletti e le altre cose sequestrate non erano altro che pegni e non frutto di reato. Che, il Ballotta, poi, fosse innocente  ne da un altro indizio una lettera inviata a sua madre signora Rosa (Riossa) Pasini, nella quale, le chiede, di comunicare ad eventuali testimoni citati, che non abbiano tema di dire pure tutta la verità sul suo operato perchè egli non si era mai macchiato di ciò che la Giustizia gli “rimproverava”.

Alla Sig.a Riossa Pasini

In calle della Stua a S. Casan Venezia

Non tardate punto di portarvi da mie patroni in arsenal e ditili che se fusse caso di esere esaminati della mia persona si dica pure quanto sa del mio operare e in tutta verità, della mia fedel pontualità e che io non so capace di operare in que la maniera che la giustizia mi crede e procurate di manizare e di parlare a qualche Patron con libertà pure parlate con ogni uno liberamente che io non ò falato in alcun gienere di sorte e per quel che la giustizia mi à fatto menar via io son innocente e di tal genere non ò falato onde del tutto V. Sig.a è informata e con libertà se vuol manziare non manco di arecomandarmi à V. Sig.a di cuore che per pietà non mi abbandonate in codeste miserie che io non trovo à modo di mia parte vo patire e per li miei pecati Iddio mi vol castigare in codesti oridi loci dove giemo e languisco e patisco inocente di quel che la giustizia mi rimprovera. Circa poi li miei peccati merito pegno ma confidandomi nella asistenza de Dio speravo la mia perpetua libertà e in fine segno il foglio con caramente dandovi un caro abbraccio di vivo cuore. Paso a quei doveri di vedermi umile devotissimo figlio.

Piero Ballotta dato carcereri dei Sig.i di Notte al Criminal 23 Maggio 1763

In questo processo ci sarebbe pure da rimarcare, un vizio gravissimo di procedura secondo la Legge veneta: l’ammissione anomala dei testimoni. L’opposizionale di Giovan Maria Mellan, ne fa prova. Si legge:

E donde mai risulta il fondamento d’un tale cotante importante osservazione? Forse dal puro fonte di qualche giurata idonea conforme deposizionale di Testimoni di scienza o di vista? Nò certamente imperocchè tutta questa serie di favolose invenzioni si hà in Processo per detto unicamente di non giurate, et in conseguenza non idonee, anzi sospette persone, che in tal guisa compongono due imperfette et inattendibili deposizioni, supplicando la Giustizia à rilevare.

Infatti tutto il carico probatorio si basa sulla spiata di Vincenzo Falconi, “sottopanza” del Capitan Grande, il quale, “dietro suo ordine”, si era intruffolato in casa del Boia, dove fingendosi suo amico, aveva cercato d’incastrarlo con l’accusa odierna di ricettazione, accusa poi che, come abbiamo fatto presente sopra, non ha retto in giudizio, e sulla testimonianza di quel Marin Sguali detto Canao, del quale abbiamo già fatto menzione, il quale, per garantirsi un’ ipotetica impunità, non esita ad accusare gli altri, con lui arrestati, di furto dalle “scarselle”, mentre, per sè, ritaglia solo un ruolo marginale. E’ da far notare che era fatto divieto all’organo giudicante di promettere l’impunità per ottenere dall “imputato” i nomi dei suoi complici. Nonostante tale imperativo di legge, si noti la correttezza dei Signori di Notte, questi, dietro ballottazione, la promettono al Canao, approfittando della sua ignoranza, sicchè egli, illuso, produce tali nomi ed in cambio, ora nel pieno rispetto della legge, non otterrà impunità alcuna e nemmeno uno sconto di pena. Le confessioni fatte in giudizio non erano rare perchè il timore del castigo era grande e faceva cercare tutti i sotterfugi possibili al fine di evitarne od almeno mitigarne il rigore.

Ill.mo et Ecc:mo

1763-19-Mag.io presentata da

Antonio Maffarioli guardiano di questi camerotti

Persona secreta esistente in queste carceri, esibisse all E.E. V.V. di svellare rei di furto, quando venga dall’E.E. V.V. clementemente accordata l’impunità di quanto detta persona avesse compartecipato non essendo però principale. Grazie

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

Addì detto

Gli Illmi S.i di Notte al Criminal tutti e sei in numero ridotti alla Banca adita la sudd:a lettera a Bossoli, e Ballotte hanno terminato, che palesando la detta persona quanto si esibisca, convinti e castigati li rei conseguisca quanto ricercato

Bertucci Trivisan Signor di Notte al Criminal

Fatto venire avanti S.S. Illme alla Banca l’antede.o Antonio Maffarioli, le fù notificata la sud.a terminazione, quale disse, che la persona, la quale riserva l’impunità è Marin Scuali detto Canao o sia Naso esistente in questi camerotti, e soggetto a questo Illmo Collo

Illico

S.S. Illme a Bossoli e Ballotte hanno terminato, che il sud.o Marin Scuali detto Canao o sia Naso sia costituito

Bertucci Trivisan Sig.e di Notte al Criminal

1763-21-Mag.o

fatto pervenire da Camerotti, e venire al luoco solito delle Cantinelle l’infrascritto quale

Interr: del di lui nome e cognome

R.de: Marin Scuali di Francesco venezian ma venivo chiamato col sovranome di Marin Canao, o sia naso, e sono retento per questo Ill.mo Collo.

Interr: se l’altro giorno abbia fatto produrre per alcun guardiano di quei camerotti alcuna lettera.

R.de: si feci presentare una supplica colla quale supplico questo Eccmo.Collo di concedermi l’impunità –

Et lettagli la terminazione in quest Ecc.mo Collo segnata li 19 magg.o cor.te le fù

detto che spiegar abbia quanto intende svellare.

R.de: Per mantenere il mio presomi colla Giustizia esporrò gradatamente e nome per nome le colpe di caduno, e per cominciare dirò ….

Così il Canao comincia a raccontare di tutto e di più: si capisce che è disperato e che cerca una via di fuga anche a scapito della sorte degli altri. In un processo, per punire una persona a rigore delle Leggi, l’accusa doveva produrre contra reum almeno due testimoni o di scienza o di vista idonei a testimoniare e giurati, cosa che nel nostro processo non è avvenuta. Per chiarezza faremo alcuni esempi: un infame non può testimoniare in nessun caso se non quando ratifica la sua deposizione con la tortura che funge, in questo caso, da giuramento: un miserabile non può essere testimonio quando sia di dubbia moralità, e questo è il caso del nostro Marin Canao, se onorato, invece, sarebbe ammesso; non può testimoniare una meretrice, i pupilli non provano ma possono aggravare il reo, un consanguineo fino al quarto grado non lo può fare, ecc…. I Signori di Notte, in questo processo, se ne sono infischiati della Legge ed hanno condannato, senza remore, quei poveri derelitti a pene prive di qualsivoglia proporzionalità con il reato. E si rimarca un dato: tutti loro, come diremmo oggi, erano incensurati: ciò lo si evince dal fatto che nei loro Costituti de plano, dove venivano annotate diligentemente le loro fattezze, non vi è fatta menzione di una loro menomazione alle orecchie, infatti le Leggi Venete, ancora nel Settecento, comminavano, al reo, per il primo furto, la spuntatura delle orecchie e per la recidiva, il taglio della cima del naso. La conferma che, nel periodo in questione, questa pratica fosse ancora in uso trova testimonianza nella memoria difensiva presentata dal Boia, Antonio Preto il quale, nonostante tutto l’impianto accusatorio fosse stato congegnato per incastrarlo, sarà rilasciato, ma si vedrà poi con che formula.

“Per il primo Giudizio di furto prescrive la rinomata legge 1744 – 25 – Novembre del Serenissimo Maggior Consiglio, che si punisca il Colpevole con pena in raguaglio del Furto, e che sia egli segnato nella Cima delle Orecchie perchè sia conosciuto per Ladro”

Le condanne furono per Antonio Palmarin ad anni due in Galera con “ferri alli piedi”, per Zuanne Colombo ad anni due in Galera, con “ferri alli piedi”, per Zuanne Sgualdini a mesi diciotto in Galera con “ferri alli piedi”, per Rinaldo dalla Pietà a mesi diciotto in Galera con “ferri alli piedi”, per Niccolò Mellan ad anni uno in camerotto serrato all’oscuro, per Piero Ballotta a sei mesi in camerotto serrato all’oscuro, Giovanni Maria Pischiuta ed il Boia, invece, vennero espediti pro nunc ciò vuol dire che non furono assolti, ma solamente rilasciati per non essere state trovate prove sufficienti per condannarli, solo momentaneamente però, perchè, se in futuro fossero venute alla luce nuove prove, si sarebbe potuta avere la riapertura del processo, mentre, Marin Canao, l’accusatore, viene definito “impenitente” senza menzione di pena ma neanche senza espedizione – libertà. L’ambiguità del termine “impenitente”, si presta a più di una congettura: si può presumere che la tanto agognata impunità che gli era stata “accordata” contra legem, fu dimenticata e quindi rimase in carcere ma, in questo caso, avremmo dovuto trovarne un riscontro, in alternativa si può anche pensare, malignamente, al Canal dei Marani. Nel Canal dei Marani2(24) erano gettati, di notte, da una gondola, con le mani legate dietro la schiena e con i pesi ai piedi i condannati che si volevano eliminare senza tanto clamore o senza perder tempo, data la loro nota “impenitenza”. Al Museo Correr c’è una stampa che illustra bene questa “civile” forma di ripulitura sociale ma è solo, ripetiamo, una nostra congettura. Ritornando al nostro Ballotta, la sua detenzione viene tansata2(25) in ben due Ducati. Dobbiamo ricordare al lettore che, nella Repubblica Veneta, la detenzione doveva essere pagata sempre, succede anche ai giorni nostri ma a Venezia si arrivava all’assurdo, come ci delucida il Barbaro:

Non potrebbero per ragione li Custodi delle Priggioni fermar li rei assolti fino a che restino sotisfatti delle spese loro fatte per il tempo, che stessero carcerati: tuttavia dicono li Dottori venire ciò tollerato dalla Giustizia, perchè sarebbe troppo grave il danno dei custodi medesimi, e forse negherebbero di somministrare il vito ai priggioni quando avessero poi di scapitare2(26).

Che civiltà! Anche un assolto in giudizio, se non aveva soldi per pagarsi la passata permanenza nelle patrie prigioni, in teoria, anzi più corretto, in pratica, poteva trovarsi retento ad libitum. Anche nella lettera, inviata dal Palmarin, che abbiamo già prodotto sopra si deve notare il suo terrore per il ritardato pagamento dell’aggio27, da parte dei suoi parenti, ai custodi delle carceri:

…… e vi prego di mandarmi quaranta soldi da pagar l’aggio acciochè non mi tormentino più e varate di darli a un poco paromo …..

Tirando le somme di quanto abbiamo letto possiamo affermare che la visione romantico-ottocentesca di una Giustizia veneta precorritrice delle idee del Beccaria, tanto decantata, si scontra con la lettura dei processi settecenteschi da noi analizzati, non solo dei Signori di Notte ma anche delle altre magistrature penali. Certo qualche teorico illuminato ci fu; si discusse, ma solo astrattamente, di limitare lo strapotere dei giudici, spesso ignoranti del diritto, parole del Barbaro, si elucubrò che la severità delle pene dovesse venir mitigata, che la lungaggine dei processi dovesse finire, che si dovesse tenere a maggior rispetto la difesa del reo e, a tal fine, si cominciò a sentir la necessità di un riordino della legislazione criminale ma, dal lato pratico, nulla cambiò: i giudici continuarono a sentirsi semidei, i pozzi continuarono a custodire poveri sventurati spesso innocenti vittime di delatori prezzolati, mentre altri silenziosamente toglievano il disturbo cullati dolcemente dalle accoglienti acque del canal dei Marani.

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