Quando l’ispettore di polizia si chiamava Capitan Grande

Registro dei morti della chiesa di San Bartolomeo Venezia

Prima della creazione della Polizia cosi come la concepiamo noi, chi materialmente eseguiva gli arresti al tempo della Serenissima?

La figura che aveva questo ingrato compito si chiamava sbiro ed il dizionario di Giuseppe Boerio ci offre una definizione estremamente interessante: sbiro dalla voce araba birron, ovvero giustizia, viene anche definito birro, sbirro, zaffo, satellite, berroviere ed in gergo bracco. Lo sbiro era un basso ministro della Giustizia notissimo mentre il satelizio era il corpo dei birri. Il termine zaffo traeva invece origine da zaffar ovvero acciuffare, imprigionare.

La Repubblica di Venezia non ebbe mai un organizzato e coerente sistema di polizia. Lo schema classico prevedeva magistrature=organismi di governo, giustizia, amministrazione e alta polizia, all’interno di questo schema le magistrature disponevano di squadre di sbirri, il cui numero variava al variare della situazione contingente, anche se si può calcolare che sul finire della Serenissima fossero circa duemila.

Quest’ultima classe considerata di ministri esecutivi, cioè sbirri, erano divisi in due sotto classi. Alla prima appartenevano quelli propriamente denominati sbirri ed alla seconda quelli detti a Venezia zaffi da barca, e nelle provincie della terra ferma sgraffoni o burlandotti.

Gli sbirri servivano a far eseguire tutte le ordinanze dei magistrati, tanto in via civile che in via criminale. Gli zaffi da barca avevano il dovere di impedire l’introduzione di contrabbando.

Erano armati di ogni genere di arma ma a Venezia non era per loro permesso portare il fucile, sebbene non di rado ci fossero delle sparatorie, come del caso seicentesco accaduto proprio sul ponte di Rialto: tratto dai registri di morte della parrocchia di San Bartolomeo “Adi 8 di aprile 1620, Bon Bonimarioda Avida Veronese di età di anni 30 in circa fu ferito di archibusiata in su il ponte di Rialto da i zaffi, e poi fugendo in San Bartolomeo se ne intrò in sacrestia et dopo un quarto di hora passò di questa presente alla altra meglior vita.”

Il capo chiamato Missier Grande figurava anticamente come Capo del Popolo. Possedeva una divisa distinta e controllava gli sbirri, zaffi e spioni. Dipendeva unicamente dal Consiglio dei Dieci.

Di fatto il capo del satellizio del Consiglio dei Dieci, il Missier Grande o Capitan Grande, era il punto di riferimento per gli sbirri di tutte le magistrature. Teneva casa in piazza, assegnatoli con legge del Consiglio dei Dieci nel 1569. Non moriva mai l’individuo perchè non era decoroso il rendergli onore attraverso i funerali e quindi mentre moriva gli si eleggeva subito il successore.

Il Capitan Grande veniva assunto temporaneamente, talvolta girovago a servizio dei vari stati, non sempre era di integerrima morale, come del resto gli sbirri o zaffi da lui assunti.

Dalla metà del Seicento vengono conservate le loro missive o riferte nel fondo degli Inquisitori di Stato. Da queste missive si può dedurre che i confidenti assunti dal Capitan Grande erano addetti alle indagini di bassa polizia, come offrire informazioni di dettaglio su dove poter arrestare un malvivente: ecco un esempio di seguito datato al 1684. “In riello a Castello vi sono doi botteghe, una del barbier l’altra del calegher, asili di malviventi. Vi capita un bandito di penal capital et ha nome Antonio figlio di Pietro Battaggia, ha egli amazzato quattro, cioè: il figlio del forner di Riello, un ministro dell’Arsenal, un schiavone et un altro. Dorme in casa di sua sorella chiamata Catte filetta, la casa è in Riello in campiello. La casa ha un balcon che butta nell’horto del spenditor delle monache di San Daniele.”

Lo sbirro serviva a mantenere la pubblica tranquillità e poteva anche senza previo ordine arrestare tutti quelli che sorprendeva nel tentativo di compiere un delitto. Nel caso fosse stato effettuato l’arresto inviava rapporto alle varie magistrature: “10 novembre 1685 Mi è sortito pontualmente eseguire li comandi di Vostra Eccellenza nel fare retenire e condure ne camerotti il Nobil Homo Francesco Duodo, giusto alle due della notte sotto le Procuratie Vechie in quella Barbaria che si incansina alla hostaria del Cavaletto, senza ne strepito ne oservatione, non havendo permesso, che da ministri sia stato meno tocco tanto all’Eccellente Vostra humilio. Il Capitan Grande.”

Spesso sotto di lui aveva tutta una serie di confidenti che svolgevano un vero e proprio ruolo di spie e le loro confidenze venivano consegnate direttamente al Capitan Grande che le rigirava agli Inquisitori di Stato, come nell’esempio datato al 31 ottobre 1686 : “Da mio confidente ricevo l’aclusa che all’eccellenza vostra rimetto e mi humilio.

Clarissimo per mio sempre capitano, Francesco Malipiero citadino frequenta il monastero dell’Humiltà e serve di mezano suor Bortolla Eriza come quelo che sta su la osservazione alle camere lochanti, quando capitano personaggi forestieri, si introduce come nobile veneto e poi con maniera li introduce dala deta Eriza e suor Zaneta Colalta per una monacha giovane e bella di loro dipendense.

Pure li serve di rufiana la Bortola che sta in corte del Diavolo, a Santa Maria Mater Domini che di continuo li conduce cavalieri forestieri.

Il baron Hester Todescho che alogia al Lion Bianco va di note a tempo a Torcello da una monaca che son dietro per sapere il monastero e chi sono la monaca.”

Diventare zaffi spesso era un obbligo imposto dall’essere figli, nipoti, fratelli o cugini di sbirri, l’appartenenza ad una relativa casta di tutori dell’ordine. La ricorrenza di alcuni cognomi (Madricardo, Zago, Pavan, Sandei, Figiolo) nei ruoli di zaffi da barca, induce a pensare a percorsi di trasmissione ereditaria. Risiedevano sopratutto a Dorsoduro nelle contrade di S. Angelo Raffaele e San Nicolò. Spesso gli sbirri delle magistrature e i comuni sudditi svolgevano anche il ruolo di cacciatori di taglie in una preoccupante confusione di ruoli.

Con il finire della Repubblica il Capitan Grande o Messer Grande assunse il titolo francese di Ispettore di polizia, cambiò il nome ma rimasero gli stessi compiti.

Bibliografia:

Lèopold Curti, Memorie Istoriche e politiche sopra la Republica di Venezia, Venezia 1812

Cristoforo Tentori, Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica, Venezia 1787

Paola Tessitori, Basta che finissa ‘sti cani, democrazia e polizia nella Venezia del 1797,

IVSLA 1997

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